Anche la Parrocchia di Viadana Castello propone ai giovani dai 18 anni un pellegrinaggio in Terra Santa dal 7 al 14 agosto, organizzato dalle Diocesi lombarde (ODL, Oratori diocesi lombarde). L'iniziativa avrà un taglio spirituale e giovanile, articolato su due proposte leggermente diverse quanto a costi, comunque molto contenuti. Una prima proposta con sistemazione in hotel (camere multiple): 950 Euro a persona, ed un'altra con sistemazione in famiglie/strutture comunitarie: 880 Euro. Rivolgendosi a don Piergiorgio (3334538511) si possono avere ulteriori informazioni.

Le iscrizioni si raccolgono entro martedì 8 aprile 2014, versando un acconto di 200 euro, ma sarebbe opportuno comunicare quanto prima la propria intenzione a partecipare. Si ricorda di verificare la validità del passaporto di almeno sei mesi prima dalla data di rientro.

Il volantino che illustra dettagliatamente le tappe del pellegrinaggio:

A conclusione delle liturgie natalizie la comunità cristiana si è raccolta per celebrare l'Epifania. Alla Messa delle 10.30 i bambini e ragazzi del catechismo hanno offerto generi alimentari che verranno distribuiti alle famiglie povere di Viadana attraverso i servizi della Caritas, alle 18.00 l'Eucarestia è stata celebrata da don Claudio Rasoli, sacerdote originario di Viadana Castello, attualmente direttore dell'Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Cremona e curatore responsabile del sito diocesano. Qui sotto si può riascoltare e scaricare la predica di don Claudio.

L'omelia di don Claudio:

La Messa delle ore 18.00:

 

Martedì 31 dicembre 2013 e mercoledì 1 gennaio 2014 alle ore 18.00 sono state celebrate nella chiesa dl Castello le Messe solenni che segnano l'inizio del nuovo anno onorando Maria Madre di Dio.

Seguono le gallerie fotografiche e le omelie di don Floriano.

Buon 2014. 

L'omelia e le foto del 31 dicembre 2013:

L'omelia e le foto del 1 gennaio 2014:

Il parroco, don Floriano, ha celebrato martedì 24 dicembre a mezzanotte la solenne Messa di Natale in Castello. In questo articolo è possibile visionare le foto della celebrazione e ascoltare la predica di don Floriano. Un'occasione per rivivere e condividere la gioia del Natale.

Tra i tesori contenuti nella Chiesa di Santa Maria Assunta in Castello di Viadana si deve annoverare anche l'antico organo. Ora tutti i Viadanesi possono approfondirne il valore grazie al lavoro di Mira Krizman che ha pubblicato la sua ricerca, "L'organo Serassi Inzoli (1841-1877) della Chiesa di Santa Maria Assunta in Castello di Viadana", nella collana d'arte organaria dell'Associazione Giuseppe Serassi con il patrocinio della Società Storica Viadanaese.

Domenica 29 dicembre, alle ore 16, nella chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta e San Cristoforo in Castello a Viadana il coro civico “Marino Boni” diretto dal maestro Marino Cavalca e accompagnato all’organo dal maestro Ugo Boni, offrirà alla cittadinanza il tradizionale concerto di Natale. Saranno eseguiti brani all’organo e corali di Bach e Vivaldi. Prima del concerto sarà presentato il libro sulla storia dell’organo Inzoli-Serassi a cura della musicologa viadanese Mira Krizman.

L’organo, un Serassi del 1841, fu acquistato a Piacenza dall'arciprete mons. Parazzi, fine culture d'arte. Il sacerdote affidò il trasporto e ammodernamento dello strumento al cremasco Pacifico Inzoli. Lo strumento fu poi modificato da Giuseppe Rotelli nel 1898 e oggi avrebbe bisogno di un serio restauro.

Il libro, di oltre 200 pagine, è il 24° volume della Collana d’arte organaria edita dall’associazione Serassi e contiene un corposo articolo sull’attività dei Serassi nel piacentino e in particolare su documenti inediti riguardanti l’organo di San Pietro a cura dello studioso Mario Acquabona, mentre la seconda parte curata da Mira Krizman riguarda gli organi transitati nella chiesa del Castello dal Seicento sino ai nostri giorni. Il volume è stato promosso in collaborazione con la parrocchia del Castello guidata da mons. Floriano Danini.

Per informazioni sul volume rivolgersi in casa parrocchiale.

Si celebra nella terza domenica di Avvento la giornata diocesana del seminario. Il tema della vocazione cristiana è un nervo scoperto della vita della chiesa che genera frustrazione e paura per il futuro delle nostre comunità orfane di preti (oltre che di giovani sposi cristiani). I luoghi comuni che si recitano in queste circostanze dimostrano la fatica di leggere con profezia il nostro tempo e ci impongono una nuova presa di coscienza dei dettati evangelici. Di necessità alcune domande retoriche: La chiesa dell'autopromozione che replica se stessa per l'eternità può continuare a sopravvivere senza i preti?  I preti novelli devono avere per forza 20 o 30 anni o si possono preparare al secerdozio celibi di 40 o 50 anni (un utile aiuto può essere la lettura del libro "i figli del desiderio" http://www.viadanacastello.it/adulti-e-famiglie/item/95-il-figlio-del-desiderio)? E i preti stranieri, missionari in Italia? 

Segue il collegamento alla pagina del portale diocesano che commenta la giornatra del seminario. 

http://www.diocesidicremona.it/main/base1.php?id=sknewsfoto&idrec=4712

In questo articolo puoi consultare l'edizione digitale del giornalino parrocchiale "Insieme" che verrà distribuito in tutte le case dei viadanesi in occasione del prossimo Natale. Sul sito vi è inoltre uno specchietto, collocato nella pagina principale sul lato destro, dal quale si possono aprire i numeri passati di "Insieme".

Cominciare

1. Cominciare da Chemba

Comincio a scrivere queste parole in un dopocena torrido di principio d’estate da savana africana, con le pale del ventilatore sparate in faccia per tentare di sopravvivere, con un vento secco e insistente che va in cerca di tutto ciò che è immobile per dargli movimento, dopo avere contemplato una palla gialla appesa alla notte, come fosse la prima volta nella vita che mi accorgo della luna. Comincio a scrivere queste parole a Chemba, riva destra del grande fiume Zambesi. Ci sono arrivato due mesi fa da Dondo, dopo cinquecento chilometri di strada e dopo dieci ore di viaggio. Quel pomeriggio stesso, all’ora del tramonto, vado in riva al fiume. E, da uomo cresciuto sulla riva di un fiume, prendo atto di avere avuto nostalgia della prossimità di un fiume. C’è un cartello con la scritta enigmatica “Mphole na ng’ona”. Ma sotto, l’immagine inequivocabile di un coccodrillo avverte anche chi non conosce il Chisena che lì è pieno di coccodrilli.

Nonostante sia villaggio di capanne, Chemba è sede di distretto, perché anche in mezzo alla savana, dal punto di vista amministrativo, un distretto dovrà pure esistere. Chemba è il tramonto dietro al bao-bab, circonferenza rossa-fuoco tirata in basso dalla calamita della notte. Chemba è terra rialzata appoggiata al fianco della corrente: al di là del fiume, oltre i monti, a trenta chilometri, è Malawi. Negli anni della guerra civile migliaia di umani hanno attraversato – profughi - queste rive. Chemba è suolo secco e sabbioso, eccetto poche centinaia di metri attigui al fiume. Chemba è la gente incollata alla propria terra impietosa, pronta a perdonarla anche quando non produce nulla, incapace di maledirla anche quando si passa la fame. E a Chemba, nelle annate di grande siccità, fino all’altro ieri, di fame si moriva. Chemba è un mistero della natura, con l’acqua dei pozzi salata, nonostante sia sulla riva di un fiume e a trecento chilometri dall’oceano.

2. Cominciare ad adattarsi

Dopo due mesi il corpo comincia ad adattarsi. Comincia ad adattarsi alla malaria, che è proprio una gran botta. La prima arriva una domenica mattina, con padre Dario che è in una comunità e io che sono rimasto in casa da solo. La gente ha tutto il diritto di battere alla porta perché è lì che aspetta per l’Eucaristia: mentre io sono sepolto nel letto, con la testa che sembra Dresda sotto i bombardamenti anglo-americani e neanche riesco a sollevare un dito. Il corpo comincia ad adattarsi a bere l’acqua piovana che raccogliamo in una grande cisterna durante la stagione delle piogge, per ovviare all’acqua salata del sottosuolo. Comincia ad adattarsi al cibo, che è quello della gente – e solo quello della gente, essendo il supermercato più vicino a quattrocentosettanta chilometri - : polenta di miglio, fagioli e foglie di fagioli, mandioca e foglie di mandioca, patate e foglie di patate. Pesce, poco, forse per causa dei coccodrilli. E invece capre, capre e ancora capre. Perché a Chemba le capre sono più degli umani. A Chemba le capre sono ovunque. Le devi mandare via dal campo da calcio prima di cominciare la partita, dalla scuola prima di cominciare le lezioni, dalla piazza prima di cominciare il comizio. Fino ad ora, il massimo è la capra caricata e legata tra il manubrio e la canna della bicicletta.

3. Cominciare a parlare

Comincio a parlare una lingua. Perché una cosa è studiare una lingua, mentre un’altra è cominciare a parlarla. Puoi avere le nozioni grammaticali archiviate graniticamente nel cervello come le cinque declinazioni del latino, ma da lì, riuscire a pronunciare una frase di senso compiuto, quando vai al mercato a comprare i pomodori e i fagioli, ne passa. Me ne vado in giro con una agendina nella tasca dei pantaloni dove annoto tutte le parole nuove. Sulla prima pagina ho scritto: «Ine ndine munthu wakusaka mafala», «sono una persona che cerca parole». Se la prima pagina ha un taglio filosofico – antropologico di portata notevole, la seconda scivola rapidamente nella dimensione quotidiana e prosaica della vita: «Ndhaponda matubzwi a ng’ombe», «ho pestato una cacca di vacca», scritta esattamente il pomeriggio stesso del mio arrivo a Chemba, al ritorno dal tramonto contemplato in riva al fiume.

«Muna anthu angasi?». «Anthu atatu na nzungu mbozi». «Nzungu si munthu tayu?». «Ndimo, ndi munthu. Mbwenye ine ndinabverana na iye tani?!».

Traduzione italiana.

«Quante persone ci  sono?».
«Tre persone e un bianco».
«Ma il bianco non è una persona?».
«Sì sarà pure una persona. Ma io come faccio ad intendermi con lui?!».

 
Aneddoto Sena che vale più di qualsiasi trattato di antropologia culturale. Non so se sia più grande la mia felicità di fronte ad alcune parole scambiate con i vecchi che parlano solo Chisena, oppure la felicità di questi stessi vecchi che, cresciuti nell’epoca del duro colonialismo portoghese, per decenni si sono visti negati il diritto a vivere liberamente sulla propria terra, il diritto a custodire e trasmettere le proprie tradizioni, il diritto di parlare la lingua dei propri antenati e che, ora, invece, si riconoscono pienamente anthu - persone - proprio a partire dalla propria cultura, lingua, tradizione, terra. Forse la felicità è felicità e basta, non si misura, non risponde a regole di quantificazione e comparazione. La felicità è tale proprio perché è condivisione, è esplosione collettiva, abbraccia tutti e non esclude nessuno. Altrimenti non sarebbe felicità. Felicità, come la felicità della prima Eucaristia celebrata in Chisena. Che è felicità di tutti nella danza, nel canto, nel silenzio, nella preghiera, nel battito delle mani sul tamburo, nel sorriso sulla bocca e negli occhi, nel grido potente del nthungulo. Poco alla volta anche io, da bianco, comincio a diventare persona.
 
4. Cominciare a cambiare
 
Nelle ultime settimane, trasmessa da radio e da cellulari, sta girando in tutto il Mozambico una canzoncina dal titolo “ O passarinho está a comer o arroz”, “Il passero sta mangiando il riso”. Il testo, in portoghese, dice pressappoco così: «Il passero sta mangiando il riso: sta mangiando il riso nella campagna, sta mangiando il riso nel cortile, sta mangiando il riso nel granaio. Mesi e mesi a lavorare, a zappare sotto il sole e sotto l’acqua. Il passero non conosce la fatica. Maledetto passero, arriva e porta via». Alla fine di un concerto, il cantautore è stato arrestato e si è fatto cinque giorni di carcere. Il 20 novembre ci sono state le elezioni comunali e anche una canzoncina può fare paura. Non serve un’immaginazione acuta per identificare il passero con la Frelimo, il partito corrotto al potere, e con il suo presidente - nonché presidente del Mozambico - Armando Emilio Guebuza. E se una canzoncina comincia a fare tremare, questo la dice lunga sulla situazione di tensione che si sta vivendo nel paese.
 
Al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo, la Frelimo ha “occupato” la società, tanto che per ottenere un qualsiasi posto di lavoro, sia pubblico che privato, è imprescindibile la tessera del partito. La Frelimo ha “occupato” lo Stato: si serve delle istituzioni dello Stato, (il parlamento, l’esercito, la magistratura, i funzionari pubblici...) come se fossero alle sue dipendenze. Una sorte di partitizzazione dello Stato, con il partito che è al di sopra dello Stato. Ha “occupato” l’economia: gestisce e controlla in maniera capillare lo sfruttamento e l’esproprio delle immerse risorse naturali del paese, che si spartisce in connivenza con il capitale straniero. Da partito di matrice socialista che era, si è riciclato in alunno modello del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
 
La Renamo, dopo sedici anni di guerra civile e dopo venti anni di opposizione, si è stancata di rimanere a bocca asciutta e a tasche vuote. Così da un anno è tornata alla lotta armata. Gli scontri sono proprio nella nostra regione di Sofala e circoscritti a tre aree: Muxungue, Gorongosa e Maringue, che si trova a 130 km da Chemba. Non passa settimana che non ci siano scontri e morti.
 
Molte aspettative sono rivolte nei confronti dell’MDM (Movimento Democratico del Mozambico), fondato nel 2008 da Daviz Simango, attuale sindaco di Beira (capitale della regione di Sofala) e figlio di Uria Simango, pastore luterano e vicepresidente della Frelimo ai suoi albori, fatto uccidere dalla Frelimo stessa all’inizio degli anni ’80. L’MDM ha una visione chiara sui temi della giustizia sociale, della ripartizione equa delle ricchezze, della lotta alla corruzione. L’MDM è il vincitore morale delle elezioni del 20 novembre: nonostante la Frelimo abbia vinto nella maggior parte dei Municipi, ricorrendo in maniera sistematica a brogli e intimidazioni dettagliatamente documentati, l’MDM ha confermato il suo governo nei Municipi che già amministrava ed è avanzato sensibilmente in tutti i 53 Municipi del paese. Un segno di cambiamento forte che indica il cammino verso le elezioni presidenziali del 15 ottobre del prossimo anno.
 
5. Cominciare dal sangue dei poveri
 
Nel villaggio di poche capanne che ha per nome Tito, i madereiros -  i trafficanti di legname pregiato – cinesi sono arrivati cinque anni fa. Hanno mostrato una licenza rilasciata dal Dipartimento Regionale dell’Agricultura, hanno regalato una moto allo nyakwawa – il capo villaggio - e hanno cominciato a tagliare: mphingwe (ebano), chanfuta, panga-panga, nsasa. Un giorno muore un vecchio della comunità e gli uomini del villaggio, come hanno fatto da sempre i loro antenati, si dirigono a tagliare un albero per costruire la bara. I madereiros negano: serve un’autorizzazione.
 
Passano gli anni. Sono decine e decine i tir carichi di legname pregiato che ogni giorno lasciano il distretto di Chemba diretti al porto di Beira con destinazione principale la Cina. Quello che qualcuno si azzarda a chiamare progresso non ha fatto altro che peggiorare le condizioni di vita del piccolo villaggio di Tito. La gente di Tito, dopo mesi di zappa e di sudore, sta lì aspettando che cada una goccia dal cielo per fare crescere il miglio e il sorgo appena seminati, mentre i tir carichi dei loro alberi - che loro e i loro antenati hanno visto crescere e che qualcun altro sta tagliando arricchendosi copiosamente - vanno ad imbellettare i salotti aristocratici di chi vive dall’altra parte del pianeta.
 
Tito è una delle settanta comunità che compongono la nostra parrocchia di Chemba. Mi fermo un lunedì mattina mentre sto andando a Candiero a portare alcuni sacchi di cemento per costruire la nuova chiesetta che sostituirà la capanna di materiale locale, ormai piccola e malandata. Parlo con alcuni giovani che hanno appena terminato l’anno scolastico. La settimana precedente hanno sepolto Salvador. Salvador aveva 23 anni, era il primo figlio di una madre rimasta vedova ed era il responsabile dei giovani della comunità. Da diciotto giorni lavorava con i madereiros cinesi. Il diciottesimo giorno, un grande albero gli è caduto addosso ed è morto sul colpo. Alla madre hanno portato a casa il figlio morto e le hanno promesso 10.000 meticais, equivalenti al salario di tre mesi di lavoro.
Il sangue di Salvador grida giustizia al Cielo. E assieme al suo, grida giustizia al Cielo il sangue versato da tutti i Salvador che muoiono in incognito ogni giorno, sfruttati e calpestati. All’insaputa dei giornali, all’insaputa dei sindacati, all’insaputa dei politici corrotti che svendono sottobanco la terra e le ricchezze del proprio popolo, all’insaputa di chi utilizzerà quel legno sporco di sangue per dormirci sopra o per custodire i suoi abiti da festa. Sangue versato all’insaputa del mondo, sangue versato in un buco sperduto ai confini del mondo. Salvador per il mondo era nessuno ed è morto come nessuno.
Salvador portava il nome di Dio. Salvador era uno dei volti di Dio. Abbiamo ucciso Dio.
 
Conclusione. Cominciare a nascere
 
Dio della vita, ogni giorno sei ucciso sulla croce del sangue versato dai poveri, sulla croce dell’ingiustizia, sulla croce della violenza, sulla croce dell’egoismo, sulla croce dell’indifferenza.
Il tempo di Avvento è tempo di cominciamenti. Ci ricorda che Tu, Dio della vita, ogni giorno non ti stanchi di nascere. Che ogni giorno ricominci a nascere. Che proprio lì ai piedi della croce, dove quotidianamente sei ucciso, comincia la risurrezione.
Dio della vita, prendi per mano questi tuoi volti scavati, calpestati, rassegnati, impoveriti, crocefissi. Il tuo ricominciare a nascere, sia il nostro cominciare. Cominciare ad aprire gli occhi, cominciare ad alzarci, cominciare a camminare, cominciare a prendere la parola, cominciare a lottare. Il tuo ricominciare a nascere, sia il nostro ricominciare a nascere.
 
pe. André
 
Immagini.
1. Chemba. Lo Zambesi visto dal colle Chinge. Oltre i monti, a 30 km è Malawi.
2. Chemba.
3. Decine di tir carichi di legname lasciano Chemba ogni giorno.
4. Con João Linha e famiglia.
 

Prima di tuffarci tra le onde emotive del Natale, offriamo un aiuto per dipanare la questione del Gesù della storia. L’incarnazione del Figlio di Dio è il mistero centrale del Natale e i vangeli oltre a testimoniare la fede in Gesù delle prime comunità cristiane, parlano di un uomo in carne e ossa e, dal momento che nel nuovo testamento più voci illustrano la vita di Cristo, una loro valutazione attenta può aiutare a decifrare con precisione alcuni tratti della biografia di Gesù. Ci rifaremo ad alcune considerazioni offerte da John Paul Meier nella sua poderosa ricerca storica su Gesù (Un Ebreo marginale, Queriniana, Brescia, 4 volumi), questa indagine, come ogni altra di stampo scientifico, è suscettibile di miglioramenti.

 

Alcuni appunti introduttivi.

 

Giuseppe Flavio è l'unica fonte (il testamentum flavianum emendato dalle interpolazioni successive dei cristiani) indipendente su Gesù non cristiana, questo basta per dire che Gesù è un “puntino sul radar degli storici del primo secolo” (espressione di John Meier). I famosi vangeli apocrifi (e tra essi il vangelo di Tommaso, reso celebre dal libro "II codice Da Vinci") sono rielaborazioni delle tradizioni sinottiche (Matteo, Marco e Luca) alla luce di idee filosofiche indipendenti. Un accenno merita la prima trasmissione dei vangeli in forma orale; nella cultura del primo secolo esistevano tecniche raffinatissime per trasmettere le tradizioni culturali di un popolo in forma orale che oggi sono perdute, tanto per capirci, a parti invertite dal punto di vista cronologico, sarebbe come spiegare ad un viadanese del 1700 come funziona una automobile. Tradizione orale non significa pettegolezzo o resoconto impreciso.

 

Perché indagare il Gesù della storia?

 

Perché offre alla fede un contenuto.

Perché ci ricorda l'umanità di Gesù.

Perché ci comunica un Gesù vivo, con le sue parole scomode.

Perché distrugge le idee filosofiche pregiudiziali (ideologie; ad esempio: Gesù comunista, Gesù liberale, Gesù femminista ...) su Gesù.

 

Resoconto storico su Gesù.

 

Durante il regno di Erode il Grande, e probabilmente verso la sua fine (7-4 a.c. circa), Gesù nacque nella cittadina collinare di Nazaret in bassa Galilea. Sua madre era Maria, suo padre putativo Giuseppe. Abbiamo notizia di quattro fratelli di Gesù (Giacomo, Ioses, Giuda e Simone) e al­meno di due sorelle anonime. Può essere significativo che tutti i nomi nella famiglia rimandino ai giorni gloriosi dei patriarchi, dell'esodo e del­la conquista della terra promessa. La famiglia di Gesù può aver condiviso il risveglio dell'identità nazionale e religiosa giudaica, che mirava alla re­staurazione di Israele in tutta la sua gloria. Questo è tanto più verosimile se Giuseppe affermava di essere un discendente del re Davide. In ogni caso, a giudicare dalla caratterizzazione fortemente religiosa della vita di Gesù dal momento in cui diventa visibile per noi, possiamo ragionevol­mente supporre che la sua famiglia era di ebrei profondamente devoti, come i contadini della Galilea: saldamente legata alle pratiche fondamen­tali della legge mosaica (specialmente ai suoi simboli di “denunciazione”: la circoncisione, il sabato e il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme), ma non dedita alle minuzie dell'osservanza farisaica.

Come figlio primogenito, Gesù sarebbe stato oggetto dell'attenzione speciale di Giuseppe, sia nell'apprendimento di un mestiere che in vista della sua educazione religiosa. Il fatto che Giuseppe sia notevolmente as­sente durante il ministero pubblico è spiegato al meglio dall'idea tradizio­nale che fosse già morto. La madre, i fratelli e le sorelle di Gesù erano an­cora in vita nel periodo del ministero, benché non senza qualche tensione tra loro e Gesù. Da vari evangelisti viene detto specificamente che la fa­miglia riteneva matto Gesù (Mc 3,21), o che i suoi fratelli non credevano in lui (Gv 7,5), o che Gesù respinse una richiesta della sua famiglia di vederlo (Mc 3,31-35 parr.)". È, dunque, tanto più sorprendente, se diamo uno sguardo in avanti nella storia della chiesa primitiva, trovare Giaco­mo, il fratello di Gesù, in primo piano in un'antica formula di fede che e­lenca i testimoni della risurrezione (l Cor 15,7) e alla guida della chiesa di Gerusalemme (Gal 1,19; 2,9.12; AI 15,13-21; 21,18), con altri membri della famiglia che seguono i suoi passi. Di fronte a tutta quest'informazio­ne sui membri della famiglia di Gesù, il silenzio totale su una moglie o sui figli è da intendere come indicazione che Gesù scelse il percorso molto i­nusuale - ma non sconosciuto - del celibato.

Cresciuto a Nazaret, parlava probabilmente aramaico come sua lingua quotidiana, pur imparando a sufficienza l'ebraico nella locale sinagoga e forse in grado maggiore dall'istruzione formale impartitagli da suo padre. Quando cominciò ad apprendere il mestiere di falegname da Giuseppe, avrà trovato utile, o addirittura necessario, acquisire qualche frase di gre­co per scopi commerciali. Le frequenti visite della sua famiglia a Gerusa­lemme per le grandi feste lo avranno messo maggiormente a contatto con il greco in quella città poliglotta. Benché possa aver usato il greco trattan­do con i pagani e l'ebraico discutendo il significato della Scrittura con gli scribi di professione, la maggior parte del suo insegnamento, diretto com’era a medi ebrei palestinesi, dovrebbe essere stato esposto in aramai­co.

L'insegnamento di Gesù era esposto oralmente e un insegnamento ora­le potrebbe, in teoria, essere stato l'unico canale dell'istruzione di Gesù nelle Scritture e nelle tradizioni giudaiche. Nella cultura popolare orale in cui crebbe e successivamente insegnò, l'alfabetizzazione non era una necessità assoluta per la gente comune. L’origine in una famiglia giudea devota, la preoccupazione di Gesù per la religione giudaica e i dibattiti sulla Scrittura che Gesù sostenne con gli scribi di professione e i pii fari­sei durante il suo ministero sono però tutti fattori che rendono verosimile l'ipotesi della sua capacità di leggere il testo sacro.

Gesù, il falegname di Nazaret, era povero per i nostri moderni stan­dards, benché relativamente alla sua società non fosse più povero della grande maggioranza dei galilei. Effettivamente, non conoscendo l'indi­genza lacerante dei coltivatori spossessati, dei mendicanti delle città, dei braccianti agricoli a giornata o degli schiavi rurali, non era in fondo alla scala socioeconomica. Anche se noi considereremmo la realtà economica e politica della Galilea di Antipa insopportabile, essa era, nell’insieme, preferibile agli ultimi caotici giorni di Erode il Grande, ai primi caotici giorni della guerra giudaica alla fine degli anni sessanta, o al senso di op­pressione straniera che la presenza del prefetto romano suscitò in Giu­dea. Benché possa sembrare strano, Gesù crebbe ed esercitò molta parte del suo ministero in un'oasi insolitamente pacifica, protetta dal deserto tempestoso che fu per lo più la storia palestinese. Nonostante ipotesi af­fascinanti su Gesù mastro costruttore, che viaggiava in lungo e in largo o che assorbiva il dramma greco al teatro di Sefforis, tutti gli indizi punta­no a un'adolescenza tranquilla e a un'età adulta spesa come falegname a Nazaret. Per quanto molesto possa essere il silenzio dei vangeli sugli “an­ni nascosti” di Gesù, esso può avere una spiegazione semplice: non è ac­caduto niente di più. Il germoglio del ceppo di Davide spuntò lentamen­te e silenziosamente.

Gesù a Nazaret fu intollerabilmente normale e la sua normalità com­prendeva la condizione normale di laico, senza alcuna speciale credenzia­le religiosa o 'base di potere'. Come laico galileo, sarà apparso dapprima trascurabile alle elevate famiglie sacerdotali di Gerusalemme, fino a quando cominciò ad apparire pericoloso. Le frequenti visite di Gesù a Gerusalemme durante il suo ministero possono aver alimentato una mu­tua ostilità, rapidamente crescente, tra i sacerdoti di Gerusalemme e il laico galileo (John P. Meier, Un Ebreo marginale 1, pag. 350-353, 2001, Queriniana, Brescia).

 

Cronologia della vita di Gesù.

 

Gesù di Nazaret nacque - più verosimilmente a Nazaret e non a  Gerusalemme - nel 6 o 7 a.c. circa, qualche anno prima della morte del re Erode il Grande (4 a.c.). Dopo un'educazione non straordinaria in una fami­glia devota di contadini giudei nella bassa Galilea, fu attratto dal movi­mento di Giovanni Battista, che cominciò il suo ministero nella valle del Giordano verso la fine del 27 d.C. o all'inizio del 28. Battezzato da Gio­vanni, subito, per conto suo, Gesù cominciò, agli inizi del 28, il suo mini­stero pubblico, quando aveva circa trentatré o trentaquattro anni. Al­ternò regolarmente la sua attività tra la nativa Galilea e Gerusalemme (in­clusa l'area circostante della Giudea), salendo alla città santa per le grandi feste, quando grandi folle di pellegrini potevano garantire un uditorio che altrimenti non avrebbe potuto raggiungere. Questo ministero si pro­trasse per due anni e pochi mesi.

Nel 30 d.C., mentre Gesù era a Gerusalemme per l'approssimarsi della festa di pasqua, evidentemente ebbe la sensazione che la crescente ostilità delle autorità del tempio di Gerusalemme nei suoi confronti stesse per raggiungere il culmine. Celebrò un solenne banchetto di addio con il gruppo più ristretto dei suoi discepoli un giovedì sera, il 6 aprile secondo il nostro computo moderno, l'inizio del quattordicesimo giorno di nisan, il giorno della preparazione di pasqua, secondo il computo liturgico giu­daico. Arrestato nel Getsemani nella notte tra il 6 e il 7 aprile, dapprima fu esaminato da alcuni capi giudei (meno verosimilmente dall'intero sine­drio) e poi consegnato a Pilato venerdì, 7 aprile di buon mattino. Pilato, rapidamente, lo condannò a morte per crocifissione. Dopo essere stato flagellato e schernito, Gesù fu crocifisso, fuori Gerusalemme, nello stesso giorno. Morì la sera di venerdì 7 aprile 30. Aveva circa trentasei anni (John P. Meier, Un Ebreo marginale 1, pag. 411-412, 2001, Queriniana, Brescia).

Presentiamo qui un articolo di Avvenire (il quotidiano dei Vescovi italiani) di mercoledì 17 novembre. Si commenta l'esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, più sotto la si può anche scaricare nella versione integrale. Un bel proposito d'Avvento? Perchè non leggere quanto Papa Francesco ha scritto a tutti i cristiani.

Viene pubblicata oggi l'esortazione apostolica Evangelii gaudium, e c'è dentro la summa del pensiero di papa Francesco sulla Chiesa di oggi e su quella che verrà.

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»: inizia così l’Esortazione apostolica con cui papa Francesco sviluppa il tema dell’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, raccogliendo, tra l’altro, il contributo dei lavori del Sinodo che si è svolto in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”. “Desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani – scrive il Papa - per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”.

«Stato di missione permanente». Un appello forte a tutti i battezzati perché portino agli altri l’amore di Gesù in uno “stato permanente di missione”, vincendo “il grande rischio del mondo attuale”: quello di cadere in “una tristezza individualista”. 

Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi”, a non imprigionare Gesù nei nostri “schemi noiosi”. Occorre “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” e una “riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” . Il Pontefice pensa anche ad “una conversione del papato” perché sia “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. L’auspicio che le Conferenze episcopali potessero dare un contributo affinché “il senso di collegialità” si realizzasse “concretamente” – afferma - “non si è pienamente realizzato”. E’ necessaria “una salutare decentralizzazione”. 

«L'Eucaristia non è un premio per i perfetti». In questo rinnovamento non bisogna aver paura di rivedere consuetudini della Chiesa “non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia”. Segno dell’accoglienza di Dio è “avere dappertutto chiese con le porte aperte” perché quanti sono in ricerca non incontrino “la freddezza di una porta chiusa”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così, l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia”.  Ribadisce di preferire una Chiesa “ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa … preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci … è che tanti nostri fratelli vivono” senza l’amicizia di Gesù. Il Papa indica le “tentazioni degli operatori pastorali”: individualismo, crisi d’identità, calo del fervore. “La più grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando”. 

«Dio ci liberi da una Chiesa mondana». Esorta a non lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” e ad essere segni di speranza attuando la “rivoluzione della tenerezza”. Occorre rifuggire dalla “spiritualità del benessere” che rifiuta “impegni fraterni”  e vincere “la mondanità spirituale” che “consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana”. Il Papa parla di quanti “si sentono superiori agli altri” perché “irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” e “invece di evangelizzare … classificano gli altri” o di quanti hanno una “cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo” nei bisogni della gente. Questa “è una tremenda corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” 

«Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?». Un appello è anche alle comunità ecclesiali a non cadere nelle invidie e nelle gelosie: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre!”. “Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?”. Sottolinea la necessità di far crescere la responsabilità dei laici, tenuti “al margine delle decisioni” da “un eccessivo clericalismo”. Afferma che “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, in particolare “nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti”. “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si possono superficialmente eludere”. I giovani devono avere “un maggiore protagonismo”. Di fronte alla scarsità di vocazioni in alcuni luoghi afferma che “non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione”. Affrontando il tema dell’inculturazione, ricorda che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” e che il volto della Chiesa è “pluriforme”. “Non possiamo pretendere che tutti i popoli … nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia”. 

«No a una teologia da tavolino». l Papa ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà popolare” e incoraggia la ricerca dei teologi invitandoli ad avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa” e a non accontentarsi “di una teologia da tavolino”. Si sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia” perché “molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie”. L’omelia “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione”, deve saper dire “parole che fanno ardere i cuori”, rifuggendo da una “predicazione puramente moralista o indottrinante” (142). Sottolinea l’importanza della preparazione: “un predicatore che non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed irresponsabile”. “Una buona omelia … deve contenere ‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). La predicazione deve essere positiva perché offra “sempre speranza” e non lasci “prigionieri della negatività”.

«Questa economia uccide». Parlando delle sfide del mondo contemporaneo, il Papa denuncia l’attuale sistema economico: “è ingiusto alla radice”. “Questa economia uccide” perché prevale la “legge del più forte”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’”. Viviamo “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale” di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista”.

Denuncia gli “attacchi alla libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei cristiani … In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista”. La famiglia – prosegue il Papa – “attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo “il contributo indispensabile del matrimonio alla società” sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”. Ribadisce “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”  e il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone”. “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza nella vita sociale”. Cita Giovanni Paolo II dove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al margine della lotta per la giustizia”.

 “La politica, tanto denigrata” – afferma - “è una delle forme più preziose di carità”. “Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore … la vita dei poveri!”. Poi un monito: “Qualsiasi comunità all'interno della Chiesa” si dimentichi dei poveri corre “il rischio della dissoluzione”. 

«Chiamati a prenderci cura della fragilità», la difesa della vita umana. Il Papa invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati” e i migranti, per cui esorta i Paesi “ad una generosa apertura”. Parla delle vittime della tratta e di nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” . “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza”. “Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura” ci sono “i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana”. “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione … Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana”. Quindi, un appello al rispetto di tutto il creato: “siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo”.

Si celebra domenica 24 novembre in ogni parrocchia italiana la giornata per il sostentamento economico del clero. In un epoca di grande cambiamento nelle comunità cristiane, questa giornata è un'opportunità per tornare a riflettere sul ruolo del ministro consacrato in una comunità e a pregare per i preti.

Qui sotto potete leggere un'articolo a commento della giornata per il sostentamento del clero riportato sul portale della diocesi di Cremona.

 

Se si potesse fare un paragone tra le Offerte “Insieme ai sacerdoti”, destinate ad assicurare a 37mila preti diocesani un equo e perequativo sostentamento, e un essere umano… ebbene esse avrebbero le caratteristiche di un venticinquenne: certamente già “adulto”, eppure ancora “giovane” e quindi proiettato verso un cammino formativo in evoluzione. Si perdoni il paragone un po’ bizzarro, ma così risultano essere queste Offerte entrate in vigore proprio 25 anni fa: “giovani adulte” ancora “in evoluzione”. Ma fuori dai paragoni e dalle metafore, sicuramente è un “adulto” nella fede chi ne ha capito l’alto valore ecclesiale e le condivide. E per fare in modo che nelle nostre parrocchie crescano gli “adulti” nella fede ritorna utile ricordare e celebrare la Giornata nazionale dedicata a questo aspetto, non solo economico, legato al sostentamento dei sacerdoti.

In effetti è ancora necessario educare le nostre comunità ecclesiali a parlarne del sistema perequativo scaturito dalla revisione concordataria del 1984 e che richiama i valori del Concilio Vaticano II. Si tratta di continuare una formazione destinata ad evolversi verso una precisa responsabilità: provvedere economicamente ai nostri preti torna su ogni fedele, proprio come un tempo, alle origini, quando tutto cominciò. Questione di “dovere” penserà qualcuno. Giusto. Prima ancora è questione di “fede” e di “affetto”, che danno senso al dovere. Ecco che allora questo “dono” rivolto ai nostri sacerdoti, l’Offerta destinata all’Istituto Centrale Sostentamento Clero, smette di essere un semplice esborso di denaro e diventa un gesto di comunione.

Se si dovesse fare un primo bilancio, dopo 25 anni, esso si tingerebbe di chiaroscuri. Non è facile donare pensando a 37mila sacerdoti “sconosciuti” che prestano il servizio pastorale in Italia e a 600 fidei donum in missione nei Paesi del Terzo Mondo, perché i fedeli di solito preferiscono “sostenere” il proprio parroco. Eppure negli anni c’è chi ha compreso che ogni Offerta, anche minima, è molto importante perché rivela una piena appartenenza alla Chiesa, che non è rappresentata solo dalla “mia” parrocchia.

Il cammino da fare è ancora lungo, ma i segnali sono positivi. Infatti la raccolta, rispetto allo stesso periodo 2012, è cresciuta del 6,4% e l’importo del 2,2%. Questo a riprova del fatto che nel cuore dei nostri fedeli la crisi non ha prevalso.

Sarebbe un segno molto forte se questa tendenza venisse confermata nelle prossime settimane, con le festività alle porte, nel rush di novembre e dicembre che, tradizionalmente, tra Giornata Nazionale Offerte e San Silvestro raduna fino al 70% delle donazioni annuali.

Comunione e libertà di donare. Il tempo donato è un gesto d’amore importante, verso il prossimo e verso Dio. E il Signore ama chi dona e chi “si” dona con gioia. Siamo liberi di donare tempo, sorrisi, confortare e aiutare. E liberi di sostenere economicamente la Chiesa anche tramite una piccola Offerta destinata non solo al nostro parroco, ma a ogni “don” che si è offerto di servire Gesù e la Chiesa attraverso un “sì” alla Sua chiamata.

 

 Ecco come si calcola lo "stipendio" di un prete

 

Gli oratori di Viadana tornano a proporre agli adolescenti dalla terza media una vacanza tra le nevi dal 26 al 30 dicembre 2013 a Dimaro in Trentino. I partecipanti potranno raggiungere le piste da sci e fare qualche gita tra i monti, prima di svolgere insieme le attività del campo. Le iscrizioni di raccolgono entro domenica 15 dicembre in oratorio. La quota è di 275 euro ed è comprensiva del viaggio in pullman e del soggiorno in albergo. Qui sotto è possibile scaricare il volantino.

Mercoledì 13 novembre alle 18.15 è stata celebrata una Messa nella memoria liturgica di Sant'Omobono, patrono della Diocesi di Cremona. Qui sotto potete riascoltare e scaricare la predica di don Floriano.

Biografia di Omobono TucenghiCremona, prima metà secolo XII - 13 novembre 1197 (dal sito Santi e Patroni).

Oltre a essere patrono di Cremona, Omobono Tucenghi è protettore di mercanti, lavoratori tessili e sarti. Egli stesso, infatti, fu commerciante di stoffe stimatissimo in città. Era abile negli affari e ricco. Oltretutto viveva solo con la moglie, senza figli. Ma il denaro - nella sua concezione della ricchezza, vista non fine a se stessa - era per i poveri. La sua azione lo portò ad essere un testimone autorevole in tempi di conflitto tra Comuni e Impero (Cremona era con l'imperatore). Quando morì d'improvviso, il 13 novembre del 1197, durante la Messa, subito si diffuse la fama di santità. Innocenzo III lo elevò agli altari già due anni dopo. Riposa nel duomo di Cremona. 

All’alba di un giorno d’autunno, in una chiesa cremonese accade un fatto impressionante. Un cittadino molto popolare e amato, Omobono Tucenghi, è come sempre al suo posto per partecipare alla Messa. Ma a un tratto lo si vede impallidire, afflosciarsi, e chi per primo cerca di soccorrerlo s’accorge che è già morto. D’improvviso, senza un lamento, senza soffrire. La morte serena che ognuno si augura. "E che mastro Omobono si meritava", devono aver aggiunto molti intorno a lui, nella chiesa intitolata a sant'Egidio (qui sotto, la scena rappresentata in un Codice). Omobono Tucenghi, infatti, è un uomo che, senza privilegi di nascita o prestigio di funzioni, ha saputo diventare nella sua città una “forza” solo per le doti personali e l’esempio della sua vita. E’ un mercante di panni e negli affari è abilissimo. Ormai lo circonda un rispetto universale, anche con qualche cenno di compatimento: lui e sua moglie, infatti, non hanno avuto figli. Sono soli. Con tutti quei soldi che il commercio ha portato loro, in quest’epoca di vitalità straordinaria e turbolenta in tante città italiane ormai passate all'autogoverno.
Ma nel pensiero di questi coniugi, e soprattutto nel loro comportamento, c’è come un profumo di Chiesa primitiva: possiamo dire che anch'essi continuamente "depongono ai piedi degli apostoli" denaro guadagnato col commercio, come avveniva nella piccola comunità di Gerusalemme. Non negli scritti e nemmeno in discorsi che nessuno ci ha tramandato, ma con questi gesti precisi e continui Omobono rivela la sua chiara concezione circa il denaro che guadagna: su di esso hanno precisi diritti i poveri. Le monete sono mezzi d’intervento per il soccorso alla miseria.
In tempi di rissa continua nelle città e fra le città (Cremona, nel conflitto tra Comuni e Impero, è schierata dalla parte imperiale) si ricorre alla sua autorità per arginare la violenza. E Omobono è pronto al servizio fraterno anche così: con la parola contribuisce a rendere più vivibile la città, con la parola inerme ma autorevole, perché è lo specchio di una vita grande.
Ecco perché la sua morte, avvenuta nel momento in cui dall’altare s’intonava il Gloria, ha scosso tutta la città. Non solo. Si sparge una voce insistente: mastro Omobono fa miracoli! Cominciano i pellegrinaggi alla sua tomba, il vescovo Sicardo e una rappresentanza cittadina si rivolgono a papa Innocenzo III. E questi canonizza Omobono già il 13 gennaio 1199, a meno di due anni dalla morte. Un santo laico, un santo imprenditore, un commerciante del ramo tessile posto sugli altari già ottocento anni fa. Proclamato patrono cittadino dal Consiglio generale di Cremona nel 1643, sant’Omobono è venerato anche come protettore dei mercanti e dei sarti. Il suo corpo si conserva in una cripta della cattedrale di Cremona.

Cliccando sulle sezione genitori alla voce catechismo del menù principale si possono consultare le schede degli incontri con i genitori dei bambini che frequentano il percorso catecumenale in preparazione ai sacramenti dell'iniziazione cristiana (Cresima e Eucarestia). 

http://www.viadanacastello.it/catechismo/2013-03-11-16-50-26

Nel pomeriggio del 2 novembre i fedeli delle Parrocchie di Viadana si sono radunati nel cimitero cittadino per celebrare la commemorazione dei fedeli defunti. Alle 15 la Santa Messa concelebrata da don Floriano e da don Virginio, parroco di San Pietro. Qui sotto potete osservare alcune foto della celebrazione oltre che ascoltare e scaricare l'omelia di don Floriano.

Venerdì 1 novembre, Solennità di Tutti i Santi, le Messe sono secondo l'orario festivo (giovedì alle 18.00), mentre sabato, giornata dedicata dalla Liturgia cattolica alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti, le Messe saranno secondo questo ordine.

8.30 a Santa Maria,

9.30 a San Martino,

15.00 al cimitero di Viadana,

nella giornata di sabato, alle 18.00, in Castello c'è la Messa prefestiva.

Domenica 27 ottobre alla Messa delle 10.30 in Castello sono stati festeggiati i sacristi di Castello, Maria Scaroni in Ferrarini, e di San Martino, Giovanni Verdi. Una pergamena di benedizione, arrivata dal Vaticano, è stata consegnata a Maria e Giovanni in segno di ringraziamento per i molti anni di servizio alla Parrocchia. Don Floriano ha poi invitato tutti i fedeli presenti a Messa ad impegnarsi concretamente per la comunità.

In occasione della giornata missionaria mondiale (domenica 20 ottobre) riportiamo un articolo di Padre Andrea Facchetti apparso sul numero di ottobre 2013 della rivista Missionari Saveriani e un video realizzato dalla fondazione Missio.

In poche righe Padre Andrea, viadanese di origine, rilegge nella sua storia personale i momenti fondativi della sua decisione di diventare missionario.

IL VANGELO MI HA PRESO PER MANO di Padre Andre Facchetti

È passato un anno dall'ordinazione presbiterale. Domenica 30 giugno ho celebrato Messa in una comunità di villaggio, sotto grandi alberi. Ogni giorno ringrazio Dio per il dono della fede, per il dono di essere prete, per il dono di esserlo come saveriano, per il dono di trovarmi in Mozambico. Sono i primi passi, i sentieri non sono autostrade, ma si fanno assieme camminando con la gente.

Fin da piccolo, la vita mi ha messo accanto persone che mi hanno testimoniato in maniera coerente e credibile il vangelo di Gesù: i miei genitori e, in particolare, i miei nonni materni mi hanno insegnato la semplicità nello stile di vita, la ricerca dell'essenziale, l'amore per la terra e per i suoi tempi.

In parrocchia, in oratorio e nello scoutismo ho imparato che la fede è un fatto comunitario, che la testimonianza vissuta è la forma più credibile di annuncio, che il cristiano si sporca le mani per lasciare il mondo migliore di come lo trova.

A diciotto anni ho cominciato a prendere in mano la Bibbia. Ogni notte prima di addormentarmi ne leggevo qualche versetto. Il discorso della montagna fu il primo amore: mi affascinava Gesù, il suo modo di entrare in relazione con la gente, di stare dalla parte degli ultimi. All'inizio ero io a prendere in mano la Parola. Poi è stata la Parola a prendere per mano me.

Gli anni dell'università sono stati belli e pieni di forte impegno sociale. È allora che ho deciso di partire per il Brasile con il centro missionario di Reggio Emilia, città dove studiavo. A quel viaggio ne sono seguiti altri due. Poco alla volta stavo comprendendo che la sete di giustizia e l'amore per il povero sono un ideale politico, ma più in fondo c'è l'identificazione del volto di Gesù. Capivo che ci poteva stare un progetto sul quale si giocava la scelta di tutta una vita.

Nel 2004 ho cominciato il cammino di formazione nei saveriani, a Desio; nel 2006 ero ad Ancona per il noviziato, dove due anni dopo ho emesso la prima professione dei voti religiosi. Ho poi terminato gli anni di formazione nello studentato teologico internazionale di Parma: circa venti confratelli provenienti da sette paesi diversi del pianeta. È il sogno di san Guido Conforti: una famiglia missionaria per il mondo.

Qui sotto è possibile vedere il video realizzato dalla Fondazione Missio per la giornata missionaria mondiale 2013:


 

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Avvisi Settimanali

   ->Avvisi 8/09/2019

   ->Archivio Avvisi

Orari delle SS. Messe

 S. Messe Festive

Ore 8.00 - S.Pietro

Ore 9.00 - S. Martino

Ore 10.00 - S. Pietro

Ore 10.30 - Castello

Ore 11.15 . Buzzoletto

Ore 11.30 - S. Maria

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

S. Messe Festive del sabato

Ore18.00 - S. Pietro

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

 S. Messe Feriali 

Ore 7.00 - Cappella delle suore di S. Pietro

Ore 7.30 - S. Maria

Ore 9.00 - S. Rocco

Ore 18.00 - S. Pietro 

Ore 18.30 - Castello Tutti i giorni (inv. 18.00)

Ore 20.30 - San Rocco solo il primo giovedì del mese

Confessioni: venerdì dalle ore 9.15 alle 11.15 In Castello e sabato dalle ore 16.00 alle 17.30 a San Pietro.

Bisogni Caritas

I volontari della Caritas sono in sede (dietro la caserma dei Carabinieri di Viadana, ex-villaggio) tutti i sabati dalle 14.30 alle 17.30. Attualmente c'è necessità di generi alimentari a lunga conservazione: pasta, latte, olio, zucchero, farina bianca, legumi e conserve, biscotti.