Lettera VENTI di Padre Andrea Fcchetti
Notizie - 17/09/18

Padre Andrea Facchetti, missionario viadanese dei Saveriani in Mozambibico, sta trascorrendo un periodo di "vacanza" a Viadana, e, sollecitato dagli amici, riprende la corrispondenza. Venerdì 5 ottobre all'auditorium Gardinazzi di piazzetta Orefice (Istituto Sanfelice) di Viadana alle 20.45 Padre Andrea offrirà un incontro pubblico alla cittadinanza viadanese.

 

 

Salire e guardare dall’alto

 

0. Finalmente, venti. Ovvero, l’Africa vista dall’Italia

 

Dopo diciannove lettere scritte dall’Africa, stavolta cambia la prospettiva. Torno infatti in Italia per poche settimane, a distanza di tre anni dall’ultima volta e dopo ormai sei anni in Mozambico. Dopo averle scritte, rileggo le righe che stanno lì sotto e mi rendo conto che – a differenze delle altre lettere – non sono parole che raccontano l’Africa dalla prospettiva dell’Africa. O meglio, lo sono solo in parte. Raccontano, piuttosto, l’Africa a partire dall’Italia. Perché è invitabile: il luogo dove la testa pensa, il cuore sente e gli occhi osservano cambia il senso di quello che le mani, alla fine, scriveranno. Soprattutto se il luogo è quello dove sei nato, cresciuto e hai cominciato ad orientarti nella vita e nel mondo.

 

Un giorno  di fine luglio, salgo al rifugio Pedrotti, 2491 metri di altezza, sulle Dolomiti del Brenta. Salgo piano, da solo, tra boschi di faggi e di abeti, nel silenzio cadenzato dai passi e mosso appena dal canto degli uccelli e da una brezza lieve. Gradualmente, il sentiero ripido si lascia indietro gli alberi e si circonda di muschi e fiori che crescono tra la pietra nuda, accanto ai ruscelli che scendono dalla montagna. Più avanti ci sono solo la roccia, le cime maestose delle Dolomiti e, quando una nuvola copre il sole, il vento, freddo per chi ha il corpo ormai abituato alla calura della savana.

 

Salire in alto ed imparare a guardare dall’alto. Guardare dall’alto il sentiero, la vallata, le cime, la persone che camminano in distanza, i boschi, le nuvole. Guardare dall’alto, per guardare più in là. Per guardare oltre. Guardare dall’alto l’Italia, la sua storia, il suo presente. Guardare dall’alto l’Africa, lo Zambesi, Chemba, la scuola, i villaggi, le capanne. Guardare dall’alto il Mediterraneo e chi cerca di attraversarlo. Guardare dall’alto la Chiesa e il suo cammino nella storia dell’umanità. Guardare dall’alto l’intero pianeta e il corso degli eventi. Salire, guardare dall’alto, mettersi dentro tutto. E fermarsi. Alla fine, non c’è modo più umano per scendere in profondità dentro la propria vita e sentirsi vita dentro la vita del mondo.

 

1. Salire e guardare dall’alto un’isola

 

Non ero mai stato al nord. Ai primi di gennaio, decidiamo così di andare a Nampula, terza città del Mozambico, assieme a p. Cesare, che ha l’età di mia madre e con il quale ho vissuto per due anni quando ero a Charre e p. Epitace, burundese, di poco più giovane di me, che deve incontrare alcuni connazionali nel vicino campo di rifugiati di Maratane. La strada non è male: Nampula dista 770 km e 14 ore di jeep. Tutto sommato, poco rispetto alle 15 ore che si impiegano per raggiungere Beira, capoluogo della nostra regione, che si trova a 500 km. Nampula è terra verde, monti di origine vulcanica, dalle pareti verticali di pietra levigata, che si alzano improvvisi e paiono macigni scivolati dal cielo.

 

Il Mozambico è benedetto da quasi 3000 km di costa sull’oceano. Il giorno successivo andiamo a Ilha de Moçambique, a circa 200 km da Nampula. “Ilha” in portoghese significa “isola”. Ilha de Moçambique è infatti un’isola, collegata alla terra ferma da un ponte stretto e basso costruito cinquant’anni fa, in epoca coloniale. È tanto piccola, con i suoi soli 3 km di lunghezza, ma – scherzi della storia – dà il nome all’intero paese. “Mozambico” deriva infatti da “Mussa Ben Mbiki”, il nome di uno sceicco che visse nell’isola. Fin dal X secolo Ilha de Moçambique fu un centro importante per i mercanti arabi che vendevano tessuti in cambio di oro, avorio e schiavi. Nel 1498 arrivò Vasco de Gama e i portoghesi ne fecero un punto di passaggio fondamentale nella circumnavigazione dell’Africa che aveva come destinazione l’India. L’isola fu tanto vitale da essere la capitale del Mozambico fino al 1898, quando si optò per Maputo. Nel 1541, vi si fermò per sei mesi anche san Francesco Saverio, in attesa dei venti favorevoli per andare in Oriente.

 

Le chiese in stile barocco, da cinquecento anni si stagliano chiare tra l’azzurro dell’oceano e del cielo, tra il bianco delle onde e delle nuvole. Abbandonate dall’uomo e forse anche da Dio, trovano la compagnia di palme alte e slanciate, sotto le quali i bambini smettono di giocare a calcio con un pallone fatto di sacchetti di plastica, nastro adesivo e fili di lana, appena notano avvicinarsi qualcuno che ha la parvenza di un turista, per chiedergli qualche spicciolo. I volti e la pelle di chi abita l’isola sono l’eredità di una storia violenta che ha intrecciato forzatamente l’Africa, l’Europa e l’Asia. Eppure da questo crocevia segnato da brutalità e sangue, osservando i volti, si prende atto di come l’umanità abbia potentemente generato vita e bellezza. È stato e sarà sempre così, con buona pace per chi altrettanto violentemente e brutalmente si ostina, oggi, a sbarrare il migrare dell’umano.

 

2. Salire e guardare dall’alto il passato

 

Sull’estremità settentrionale dell’isola c’è una fortezza imponente, a pianta rettangolare, con quattro baluardi possenti. Intitolata a são Sebastião, all’interno, c’è anche una chiesa che porta il suo nome. La fortezza serviva per difendersi dagli attacchi di arabi, olandesi e francesi, che per secoli si contendevano con i portoghesi le rotte commerciali verso l’Oriente. In cima alle massicce mura perimetrali, ci sono ancora cannoni e croci. Gli uni accanto alle altre, a protezione dal nemico. Con accanto la croce si bombardava l’avversario. Con accanto la croce, dopo averli battezzati, venivano caricati gli schiavi sulle navi negriere.

 

Sotto la fortezza, vicino alle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, vi sono i sotterranei dove erano ammassati gli schiavi, prima di essere caricati su scialuppe che li avrebbero imbarcati sulle navi ancorate al largo dell’isola. Dalla costa dell’Africa orientale, gli schiavi erano destinati alla penisola arabica, alle isole dell’oceano Indiano e alla Turchia. Altre navi scendevano fino al Capo di Buona Speranza, attraversavano l’Atlantico per raggiungere il Brasile, altra colonia portoghese.

 

Dal XVI secolo fino al XIX secolo, per più di 400 anni, quanti esseri umani sono stati deportati in massa dall’Africa, violentemente sottratti alla loro terra, alle loro famiglie, alla loro cultura dai mercanti di schiavi europei?  Nella libreria di casa ritrovo la ponderosa opera in due tomi di Paul Bairoch “Storia economica e sociale del mondo” sulla quale, venti anni fa, preparai l’esame di Storia economica all’università. Bairoch, belga, cresciuto alla scuola di Fernand Braudel, tenendo conto anche della mortalità in fase di trasporto, parla di 11 o 12 milioni di schiavi. Joseph Ki-Zerbo – altro grande storico cresciuto sempre alla scuola di Fernand Braudel che, però, a differenza di Bairoch, non è europeo ma africano, di nazionalità burkinabè – sostenendo che per ogni schiavo che arrivava in America, quattro morivano nel tragitto, nel suo “Storia dell’Africa nera” parla di un minimo di 50 milioni di uomini e donne sottratti all’Africa.

 

Ki-Zerbo riporta alcuni documenti terrificanti: bambini strappati alle madri e lasciati morire di fame; schiavi marchiati a ferro rovente sul petto o sulle natiche; essere umani ammassati e incatenati in mezzo a vomito e feci; malati lanciati in mare durante il viaggio per non contagiare gli altri; schiavi che dalla disperazione si suicidavano; fautori di scioperi della fame, il cui corpo tagliato a pezzi doveva essere mangiato a forza dagli altri schiavi. Le fonti di questi documenti sono i libri di bordo delle navi negriere dell’epoca. Chi li scriveva erano gli schiavisti europei che documentavano dettagliatamente ciò che compivano. Gli schiavi non erano neppure contati come esseri umani, ma pesati, come qualsiasi altra merce. La compagnia portoghese della Guinea, nel 1696, ad esempio, si impegnava a fornire alla Spagna «10000 tonnellate di negri».

 

Poi, bandita la schiavitù, si aprì un’altra pagina di nefandezze compiute dai paesi europei con la Conferenza di Berlino (1885), la conseguente spartizione dell’Africa e il colonialismo propriamente detto. Chi crede che tutto questo coinvolga solo alcuni paesi europei come Inghilterra, Francia, Portogallo e Belgio, chi è convinto che noi ne siamo estranei e magari possiamo adagiarci nello stereotipo coloniale di “italiani brava gente”, può leggere gli studi di Angelo Del Boca che documentano le atrocità e i crimini commessi dall’Italia nel suo passato coloniale in terra d’Africa.

 

3. Salire e guardare dall’alto il presente

 

Nella nostra lingua Sena, l’uomo bianco è chiamato ancora oggi “nzungu”. I primi azungu (bianchi) che il popolo Sena conobbe furono gli arabi, a cui seguirono i portoghesi. “Nzungu” deriva dal verbo “kuzungulira” che significa “circondare”. L’uomo bianco era, letteralmente, “colui che circonda”: colui che risaliva il fiume Zambesi e circondava – appunto –  il villaggio, per fare razzia di schiavi. Le etimologie delle parole sono alberi dalle radici profonde che si portano dietro la tragicità della storia.

 

Schiavi, quindi. Ma non solo: assieme agli schiavi, anche oro e avorio. Vale a dire, manodopera a basso costo e materie prime. La storia continua a ripetersi. Da cinque secoli, l’Africa è saccheggiata, per fornire questi due beni indispensabili all’Europa e, in senso lato, al mondo occidentale. Al posto degli schiavi che fino all’800 erano rubati all’Africa per lavorare nelle piantagioni di zucchero, cotone e caffè dell’America, ci sono oggi i migranti, manodopera sottopagata non specializzata, che spesso lavora in condizioni di illegalità (si pensi al lavoro nelle campagne del sud Italia, per buona parte in mano al caporalato e alle mafie). Solo così si può sostenere una economia che vuole abbattere i costi, per mantenere bassi i prezzi dei prodotti che compriamo al supermercato. «D’altronde c’è la crisi economica, siamo tutti poveri». Ci si giustifica così.

 

Quelle materie prime che un tempo erano oro e avorio, oggi, nel caso del Mozambico, sono il gas, il carbone, i diamanti e altri minerali preziosi. Allargando l’orizzonte all’intero continente africano, l’Occidente – cinque secoli fa come ancora oggi – ha le mani insanguinate per tante guerre, guerriglie, dittature e situazioni di instabilità politica, create, mantenute o appoggiate al fine di accaparrarsi petrolio, minerali, risorse naturali e materie prime. In poche parole, par fare quello vogliamo. Eclatanti sono i casi del Congo e di tutta le regione dei Grandi Laghi, della Libia, del Sudan. Ma questo stato di cose è prassi in quasi tutti i 54 paesi del continente africano. Oggi in Africa tutto è in mano a tutti: Cina, Stati Uniti, India, Europa, Russia, Turchia. A tutti, fuorché agli africani.

 

Da metà luglio, da quando sono in Italia, sento molto parlare di Africa e di africani. Per strada, al bar mentre prendo un caffè, sui giornali, alla radio, una volta anche fuori dalla chiesa. Generalmente sento parlarne male o, comunque, non bene. La maggior parte delle persone che ascolto hanno le idee chiare sull’Africa e sugli africani. Complici anche le gravissime responsabilità di una classe politica bassa, cattiva e prepotente, che, non sapendo fare politica, se la prende con i poveri. Nel tempo del sotto-costo, abbiamo optato per la sotto-politica e per la sotto-umanità.

 

Sarebbe bene che chi parla di Africa, o perlomeno chi scrive sui giornali di Africa oppure chi, in un palazzo del potere, prende decisioni sull’Africa e su chi fugge dall’Africa, prima di parlare, di scrivere, di decidere, facesse un respiro profondo e un attimo di silenzio. Salisse e guardasse dall’alto. Poi, dopo avere messo tutto dentro – passato e presente – parlare, scrivere e decidere. La nostra gente in riva allo Zambesi si piegherebbe sulle ginocchia, batterebbe tre volte le mani ed esclamerebbe «takhuta», che significa «grazie». L’Africa intera, assieme  alla storia, gliene sarebbero grati.

 

4. Salire e guardare dall’alto quello che si impara dalla vita

 

Un pomeriggio dei primi giorni in Italia, rileggo le pagine di diario degli ultimi mesi e osservo le poche fotografie scattate in questi anni. Parole e immagini che raccontano di Chemba, del mondo contadino in mezzo alla savana, delle donne che vanno al fiume a prendere l’acqua sfidando i coccodrilli, della gioia di celebrare la vita e la fede nelle comunità, di quanto si dorme bene per terra in una capanna, delle capre che sono ovunque e prendono il sole nel campo da basket al mattino presto, dei ragazzi che scavano le fondamenta per costruire la recinzione dell’orto dello studentato perché ci eravamo stancati delle suddette capre, della devastazione delle nostre foreste e del silenzio mortale che fanno gli alberi tagliati, della jeep che dopo essere uscita miracolosamente dal fango comincia ad avere problemi al radiatore, delle lezioni di etica alla decima classe ogni lunedì mattina studiando assieme la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del viaggio in treno stipato in terza classe tra persone e galline con la testa che gira per un’altra malaria, di un sole che tramonta dietro il baobab, di riunioni e incontri con la Commissione diocesana di Giustizia e Pace e con la gente semplice nel tentativo di costruire un Mozambico più giusto e democratico.

 

Riporto dal diario del 21 maggio, ore 22. «Il presidente della Repubblica è a Chemba. È arrivato in elicottero questa mattina e partirà domani alle 8.15, come indicato da protocollo. Si è portato dietro una squadra di ministri, governatori e sindaci. Se ne partirà con 208 capre, che la popolazione è stata obbligata ad offrire. Di queste 208, ovviamente, nessuna finirà nel cortile della casa presidenziale a Maputo. È la Frelimo dei ricchi che si riempie le tasche con i soldi dei poveri. Tra ieri e oggi sono passati decine di camioncini stracolmi di donne, uomini e ragazzini: dalle campagne più distanti, passaggio gratuito per accogliere il presidente. Tutti contadini, gente umile e semplice che per sopravvivere dipende dalle piogge (sempre più scarse nella savana che si va desertificando), che non sa leggere e scrivere, che da sempre è stata educata con la forza e la paura a tenere la testa bassa e a dire sempre “sì”. È la stessa gente espropriata delle sue terre e saccheggiata delle sue foreste. Che muore per una curabilissima malaria, mentre i figli neonati per una guaribilissima diarrea. E che – beffa grottesca della storia – applaude gli artefici dello scacchiere. Non c’è peccato più grave che ingannare i poveri». Ecco come poche righe di diario diventano, involontariamente, una pagina di sociologia politica africana.

 

Quando il presidente visita un villaggio è previsto uno spazio nel quale i cittadini possono prendere la parola. La Frelimo – il partito ininterrottamente al potere da 43 anni – sta ben attenta a quello che si dice. E, soprattutto, a registrare i nomi di chi lo dice. Si sapeva che in quello spazio libero di parole non libere, era proibito parlare, oltre che di foreste, anche di acqua. L’acqua è, in effetti, un problema a Chemba. A causa del cuneo salino, l’acqua dei pozzi è molto salata. Al fiume, i coccodrilli sono sempre in agguato e, nel periodo delle piogge, tra novembre e marzo non passava una settimana senza che una persona fosse uccisa, in un villaggio di 9000 abitanti come Chemba. L’anno scorso venne realizzato un progetto che porta l’acqua dello Zambesi in alcune abitazioni del paese e in due fontane. Una parte del denaro destinato all’opera sparì. Così, l’acqua, invece di provenire direttamente dal fiume, percorre un tragitto più breve ed è estratta da una lanca, dove è ferma e impura. Per questo, era tabù parlare di acqua.

 

Siamo soliti dedicare le due pagine centrali di “Pa kwecha” –  ricordate? Il primo giornale pensato, scritto e stampato in mezzo alla savana, nato l’anno scorso e realizzato assieme ad un gruppo di ragazzi e ragazze dello studentato – a problemi che interessano la gente di Chemba. Dopo avere parlato soprattutto di taglio illegale di foreste, sul secondo numero di quest’anno, uscito ai primi di luglio, era doveroso parlare di acqua.

 

Abbiamo così pensato di realizzare un vero e proprio reportage. I più piccoli, guidati da Kussowa, 16 anni, hanno cercato sui libri e su internet dati relativi alla problematica dell’acqua nel mondo e in Mozambico, scoprendo, ad esempio, che nel nostro paese ben il 51% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, mentre nella zona rurale, come Chemba, la percentuale sale all’65%. I più grandi, invece, guidati da Manuel e Armando, hanno raccolto le lamentele della popolazione, sono andati al fiume ad intervistare le donne che ogni giorno rischiano la vita per procurare l’acqua, hanno incontrato l’assessore comunale ai servizi tecnici. Dopo un mese di lavoro, col giornale tra le mani, Angelo, il più piccolo, ha esclamato: «Questo numero, è il più bello!». Il giornale è stampato per gli abitanti di Chemba, ma è anche pubblicato da due blog mozambicani.

 

Nel logo del giornale, la “H” di “Pa kwecha” è una scala che sale. Salire e guardare dall’alto, ecco che torna, di nuovo. A volte mi sorprendo di come, in pochi mesi, questi ragazzi figli di contadini e di allevatori di capre, abbiamo maturato una intelligenza critica che li aiuta a vincere paure che gli adulti continuano ad avere. Insomma, credo che stiano diventando grandi.

 

Se in alto salgono un bambino e Dio, noi cosa aspettiamo?

 

Mio nipote Isaia, quinto figlio di mia sorella, ha un anno e mezzo e adora salire sui tavoli. Prima, con accuratezza e circospezione, da terra, studia la sedia. Dopo avere individuato il punto dal quale attaccarla, comincia diligentemente l’arrampicata. Afferra con le mani le estremità, impunta il piede destro sulla traversa laterale e, accartocciandosi su se stesso, riesce a conquistare la prima vetta. Fiero dell’impresa, senza un attimo di tregua, si alza sulle punte dei piedi e mira all’obiettivo più alto: con la forza di braccia e gambe, riesce ad espugnare il tavolo, esausto, a pancia in giù.

 

Poi, seduto trionfalmente sul suo trono, il re del tavolo, comincia a giocare con quanto trova nel suo raggio d’azione e a rovesciare ogni oggetto che incontra in posizione verticale. Bicchieri e bottiglie hanno la peggio, prima che intervenga disperata sua madre. Sgridato e rimesso a terra, dopo pochi minuti di volto imbronciato, ricomincia entusiasta una nuova arrampicata.

 

Salire e rovesciare. Mi tornano spesso nella testa questi due verbi – assieme – quando, dopo avere osservato mio nipote, un giorno di agosto, preparavo l’omelia sul brano di Vangelo che contiene queste parole: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Luca 1,51-53).

 

Chiaramente, il soggetto di queste azioni non è mio nipote. Ma è Dio. Sono parole appassionate, che parlano di troni rovesciati, di umili innalzati e di potenti umiliati. Parole forti, dure e, forse, anche inattese per chi ha una certa immagine di un Dio immobile là nei cieli. Eppure queste parole rivelano il sogno di Dio o, per lo meno, uno dei tanti sogni di Dio. Che, probabilmente, coincide anche coi nostri sogni.

 

Non rimanere spettatori nella vita del mondo. Ma salire in alto. Imparare a guardare dall’alto. Per guardare più in là, per guardare oltre. Dopo questo, fermarsi e mettersi dentro tutto. E rovesciare. Cominciare col rovesciare tutto quello che ascoltiamo e vediamo attorno a noi – o che pensiamo e sentiamo dentro di noi – e che vorrebbe annullare la nostra umanità: rovesciare discorsi, immagini e simboli che seminano rancore, paura, cattiveria e diffidenza nei confronti dell’altro. Rovesciare le narrazioni di quanti ci vogliono fare credere che lo stato attuale delle cose sia l’unico possibile. Rovesciare l’arroganza del “prima noi e poi gli altri”. Rovesciare chi ha interesse ad intorbidire e depistare avvisaglie di un presente e un futuro diversi. Rovesciare le forze che paralizzano l’impegno per costruire un mondo migliore. Rovesciare i professionisti nello scippo della speranza. Si deve prima rovesciare, se si vuole costruire il nuovo. Se in alto salgono un bambino e Dio, noi cosa aspettiamo?

 

 

Viadana, 4 settembre 2018

 

p. Andrea, missionario in Africa

 

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Orari delle SS. Messe

 S. Messe Festive

Ore 8.00 - S.Pietro

Ore 9.00 - S. Martino

Ore 10.00 - S. Pietro

Ore 10.30 - Castello

Ore 11.15 . Buzzoletto

Ore 11.30 - S. Maria

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

S. Messe Festive del sabato

Ore18.00 - S. Pietro

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

 S. Messe Feriali 

Ore 7.00 - Cappella delle suore di S. Pietro

Ore 7.30 - S. Maria

Ore 9.00 - S. Rocco

Ore 18.00 - S. Pietro 

Ore 18.30 - Castello Tutti i giorni (inv. 18.00)

Ore 20.30 - San Rocco solo il primo giovedì del mese

Confessioni: venerdì dalle ore 9.15 alle 11.15 In Castello e sabato dalle ore 16.00 alle 17.30 a San Pietro.

Bisogni Caritas

I volontari della Caritas sono in sede (dietro la caserma dei Carabinieri di Viadana, ex-villaggio) tutti i sabati dalle 14.30 alle 17.30. Attualmente c'è necessità di generi alimentari a lunga conservazione: pasta, latte, olio, zucchero, farina bianca, legumi e conserve, biscotti.