La festa degli oratori 2019 offre alcuni appuntamenti di rilievo:

Martedì 3 settembre, GITA A GARDALAND

Mercoledì 4 settembre, oratorio Castello

ore 19.30 CENA IN ORATORIO (qui sotto si può scaricare il modulo per prenotarsi)

ore 21.00, SERATA CAMPI CON PROIEZIONE FOTO

Venerdì 6 settembre, ore 21.00, sul sagrato della Chiesa di San Pietro GIOCHI DI SAN NICOLA e Mercatino di giochi usati per i bambini.

Sabato 7 settembre, oratorio Castello

ore 19.30, CENA IN ORATORIO

ore 21.00, Le Argonautiche spettacolo presentato dal gruppo teatrale dell'oratorio Gli Argonauti

domenica 8 settembre, oratorio Castello

ore 10.30 SANTA MESSA IN ORATORIO e saluto a Don Piergiorgio

ore 21.00, NOTE DI NOTTE, si esibiscono i talenti dell’oratorio e del grest, e saluto scherzoso a don Piergiorgio e don Marco

Martedì 10 settembre Messa alle 10.30 in San Martino nella festa del patrono di Viadana San Nicola

Mercoledì 4 (su prenotazione, qui sotto si può scaricare il modulo), sabato 7 e domenica 8 settembre si può cenare in oratorio, un'occasione imperdibile ... provare per credere.

Nelle ultime settimane di vacanza scolastica torna il grest per i ragazzi di elementari e medie. Dal 26 agosto al 10 settembre in concomitanza con la festa dell'oratorio (8 settembre) tutte le mattine, dalle 9 alle 12.00, dal lunedì al venerdì saranno organizzate attività per i bambini e i ragazzi. Non mancate! 

Calendario Grest 2019 

1^ settimana

Lunedì 26

 

Martedì 27

Mercoledì 28

Giovedì

29

Venerdì 30

Mattino

Iscrizioni

Festa di apertura

Attività e giochi

 

Attività e giochi.

Attività e Giochi

(in piscina al pomeriggio)

Attività e Giochi

 

2^ settimana

Lunedì

2

Martedì 3

Mercoledì 4

Giovedì 5

Venerdì 6

Lunedì 9

Martedì 10

Mattino

Attività e giochi.

 

Gita a Gardaland

Tutto il giorno

Attività e giochi.

 

Attività e giochi.

Attività e giochi.

Attività e giochi.

Ritrovo in oratorio alle 9.00

Giochi e Messa a San Martino alle 10.30 nella festa di san Nicola patrono di Viadana

 

 

 

 

 

Al pomeriggio e alla sera della prima settimana di settembre si tengono gli eventi della Festa degli oratori in Castello

-       Mercoledì 4, alle 19,30 cena in oratorio e, a seguire, serata campi proiezione delle foto dell’estate

-       Venerdì 6, ore 21.00, sagrato di San Pietro, giochi di San Nicola e Mercatino dei bambini di giochi usati

-       Sabato 7, cena in oratorio e alle ore 21.00, “Le Argonautiche” del laboratorio teatrale “Gli Argonauti”

-       Domenica 9 cena in oratorio e alle 21.00, festa del grest e saluto a don Piergiorgio e don Marco.

 

La festa patronale della parrocchia di San Pietro coincide con l'avventura dei grest degli oratori di Viadana. Le serate del 16, 22 e 23 giugno e il pranzo di domenica 30 giugno, offriranno occasioni di convivialità per tutta la comunità cristiana. A coronamento dei giorni di festa ci saranno alcuni appuntamenti imperdibili:

Lunedì 10, ore 21.00, incontro per tutti i genitori con il dott. Andrea Bilotto, dal titolo "Nati digitali, istruzioni per l'uso"

Domenica 16, serata famiglie, alle ore 19.30 pizzata per piccoli e grandi e la presentazione dello spettacolo "Goccia" per tutti i bambini e ragazzi del grest

Sabato 22, serata fast food, alle 19.30 apre la cucina e, alle 21.15, "gli argonauti", compagnia degli oratori di Viadana presenta, "Gli Argonauti, storia di un manipolo di giovani eroi"

Domenica 23, serata grest, alle ore 19.30 cena e alle 21.15, spettacolo dei ragazzi del Grest

Sabato 24, alle 21.15, spettacolo "Nel fantastico mondo di Oz", presentato dal gruppo teatro dell'oratorio "Natistanki"

Domenica 30, alle 10.00, santa Messa di San Pietro e, a seguire, pic nic delle famiglie

In questo articolo puoi consultare l'edizione digitale del giornalino parrocchiale "Famiglia Insieme" che verrà distribuito in tutte le case dei viadanesi in occasione della Pasqua. Sul sito vi è inoltre uno specchietto, collocato nella pagina principale sul lato destro, dal quale si possono aprire i numeri passati.

L'anno scolastico è entrato nel suo ultimo mese, è quindi tempo di Grest. Anche quest'estate per tre settimane i ragazzi di elementari e medie possono scegliere di passare in oratorio l'inizio delle meritate vacanze. Si comincia lunedì 10 giugno e si conclude venerdì 28 giugno.

Il Grest 2019 “BELLASTORIA” porterà bambini, ragazzi e adolescenti ad affrontare un entusiasmante viaggio alla scoperta di nuovi e preziosi legami. 

Anche quest'anno il grest sarà nel segno della collaborazione dei due oratori di Viadana, come l'anno scorso quello di San Pietro ospiterà i bambini più piccoli fino alla quarta elementare compresa, mentre a Castello si svolgeranno le attività per i bambini e i ragazzi dalla quinta elementare alla terza media.

Tutti i bambini (da quelli che hanno frequentato l’ultimo anno della scuola dell’infanzia fino ai ragazzi di terza media) possono essere iscritti al Grest. Il costo è composto da una quota di iscrizione di 5€ da versare una sola volta che verrà scontata in caso di iscrizione entro mercoledì 5 giugno e dalla quota settimanale di € 20: quest'ultima comprende  l’ingresso alle piscine comunali, la maglietta, il cappellino e il materiale per le attività. Sono escluse dalla quota le gite con il pullman. L’inizio e il termine delle attività è sempre in oratorio. 

Orario: al mattino dalle 9.00 alle 12.00.

L’accesso all’oratorio è possibile dalle 8.00.

Al pomeriggio dalle 14.30 alle 17.00 (17.30 quando si torna dalla piscina). L’oratorio è aperto dalle 14.00.

Ogni Domenica ci sarà una Messa animata dai ragazzi del Grest 

Il sabato il grest è sospeso.

Il volantino per l'iscrizione (sotto è possibile scaricarlo insieme al modulo per la privacy tra gli allegati dell'articolo):

L'inno del grest BELLASTORIA:

 

L'inno del grest danzato:

Gli oratori di Viadana, San Pietro e Castello, propongono un campo estivo, per l'Estate 2018, dal 3 al 10 luglio per i bambini e i ragazzi dalla IV^ elementare alla seconda media, a Cesenatico nella casa Sant'Omobono della Diocesi di Cremona. Il Costo di partecipazione è di 330 €.

Per qualsiasi informazione ci si può rivolgere a don Piergiorgio negli oratori.

Per l'iscrizione invece, ci si raccomanda di comunicarla, con il versamento di 100 € di caparra al più presto. Sotto puoi scaricare il volantino e una scheda che riporta informazioni dettagliate sul campo al mare per i bambini e i ragazzi dalla quarta elementare alla seconda media.

Inizia lunedì 29, alle ore 21.00, presso l'oratorio di San Pietro, con la presentazione ai genitori, il percorso proposto dai nostri oratori agli adolescenti sull'amore e la sessualità, il relatore sarà Giuseppe Spimpolo, insegnante di religione di Verona. Qui di seguito l'articolo che illustra la proposta pubblicato sul giornalino parrocchiale di Pasqua:

Quando un tema diventa occasione di dibattito nell’opinione pubblica è probabile che l’aria stia cambiando e che il sentire comune della gente inizi a maturare nuovi orientamenti. In questi giorni il parlamento italiano ha approvato una proposta di legge che punisce coloro, generalmente uomini, che, per vendicarsi di una rottura sentimentale, pubblicano immagini e video scabrosi di ex partner. Chissà che questa notizia, anziché “gettare benzina sul fuoco” di chi denuncia le perversioni dell’epoca contemporanea, non sia, in realtà, il sintomo di una nuova sensibilità che avanza nei confronti di quella grande componente dell’amore che è l’eros? Perché effettivamente non se ne può più di questa onnipresente erotizzazione del mondo: miliardi di video invadono i telefonini, milioni di persone sprecano le loro risorse umane, psicologiche e spirituali in chat ingarbugliate, al punto che anche il più libertino nichilista a breve tornerà ad invocare le prediche di qualche monsignore bacchettone, quantomeno per ravvivare i suoi desideri e il divertimento.   

Con questo spirito, ottimista e “libero” da nostalgie per le epoche passate in cui la chiesa si posizionava bene avanti sul mercato dei sensi di colpa, gli oratori di Viadana hanno pensato di proporre agli adolescenti alcuni incontri per aiutarli a guardare alla sessualità con piena consapevolezza della sua bellezza, giustizia e verità. Con coraggio si raccoglie la sfida di mettere a tema un argomento delicato e compromettente per ogni uomo e donna che desideri affrontare serenamente le sfide della vita, dedicando ad esso non uno spot da social network, ma tre serate di approfondimento.

Il percorso, guidato dal prof. Giuseppe Spimpolo di Verona, si svolgerà presso l’oratorio di San Pietro, alle ore 21.00, nelle serate di lunedì 6, 13 e 20 maggio, e sarà anticipato da un incontro di presentazione rivolto ai genitori presso l’oratorio di San Pietro, alle ore 21.00 di lunedì 29 aprile.

L’obiettivo di questi incontri non sarà quello di promuovere nuove crociate contro i malcostumi dell’epoca, ma di offrire qualche spiraglio sugli orizzonti simbolici e spirituali della sessualità umana che ogni uomo e donna è chiamato a scoprire.

 

Questo il programma degli incontri che si terranno presso l’oratorio di San Pietro alle ore 21.00:

1. incontro di presentazione con i genitori. Lunedì 29 aprile; 

2. Però! Che differenza!!! Bellezza e potenza della differenza sessuale. Lunedì 6 maggio;

3. La castità non è castrazione, ossia la valorizzazione del maschile e del femminile. Lunedì 13 maggio;

4. Guardare, ma non toccare! La pornografia, mortificazione della persona umana. Lunedì 20 maggio.

Sabato 20 aprile alle 21.30 si è svolta nella chiesa di Castello la Veglia pasquale, la massima celebrazione dell'anno liturgico. La comunità parrocchiale ha partecipato intensamente ai grandi momenti rituali che hanno scandito la ripresentazione della risurrezione di Cristo. Come ha ricordato il parroco, don Antonio Censori, nell'omelia (che si può riascoltare e scaricare cliccando qui sotto) ora sono i credenti a vivere da risorti e a testimoniare la speranza in Gesù, il vivente.

L'omelia di don Antonio alla Veglia Pasquale

Le parrocchie di Viadana hanno celebrato insieme i solenni riti che ripresentano la morte di Cristo nella chiesa di Santa Maria: la lettura della Passione secondo Giovanni, la preghiera universale, l'adorazione e il bacio della croce, la distribuzione dell'Eucarestia. Da ultima si è svolta la processione per le vie di Viadana fino alla Chiesa di Castello.

Qui l'omelia di don Antonio e le immagini del rito:

Le celebrazioni del Triduo Pasquale sono iniziate giovedì 18 aprile con la Messa in Coena Domini a San Pietro; nella Messa si è svolto anche il suggestivo rito della "lavanda dei piedi", nel ruolo degli apostoli c'erano 12 ragazzi che nel prossimo maggio si accosteranno per la prima volta all'Eucarestia e faranno la Cresima.

Le immagini della celebrazione e l'omelia di don Antonio.

Cari amici e care amiche,

scrivo alcune righe per ringraziare dei tanti messaggi di prossimità e solidarietà arrivati in questi giorni e per aggiornare sullo stato attuale delle cose.
Qui a Chemba non ci sono problemi particolari. Ieri, in seguito alle forti piogge dei giorni scorsi, sono state aperte le chiuse di Cahora Bassa, grande diga sullo Zambesi. Stiamo aspettando la piena che, in ogni modo, dovrebbe essere controllata.
Ogni giorno che passa diventa, invece, più chiara e drammatica la devastazione umana e materiale che ha lasciato il ciclone Idai a Beira e nella zona centrale del Mozambico, fino al confine con lo Zimbabwe. Fino ad ora, dopo alcuni giorni da quel terribile 14 marzo, i morti accertati sono 535, ma le autorità affermano che il numero è destinato ad arrivare almeno fino a 1000. Nei giorni scorsi, nel distretto di Buzi centinaia di persone sono rimaste per due giorni sui tetti delle case o arrampicate sugli alberi, per fuggire dalle acque torrenziali dei fiumi in piena. Abbassatosi il livello emergono i cadaveri di chi non ce l'ha fatta. A Beira, solo ieri è stata ristabilita parzialmente l'energia elettrica. Sempre ieri è stata anche riaperta la strada nazionale n°6, unica via terrestre di accesso alla seconda città del paese. Nei primi giorni immediatamente successivi alla tragedia, le uniche vie di accesso e di aiuto sono state quella aerea e quella marittima. Aumentano i casi di malaria e c'è il sospetto che anche il colera sia già in circolazione. Nel solo ospedale centrale di Beira, dal giorno successivo al ciclone fino a ieri, sono stati diagnosticati 2558 casi di bambini sotto i 5 anni colpiti da malaria. Nella triste gara delle classifiche al contrario, il Mozambico è il 3° paese al mondo con la maggiore percentuale di casi di malaria.
E' bello vedere come, di fronte a tanta morte e distruzione, ci sia una risposta pronta in termini di aiuto e solidarietà internazionale. Ogni giorno all'aeroporto di Beira arrivano aerei-carico da  tutto il mondo con aiuti. Dubbi esistono, invece, sulla capacità di gestirli in maniera onesta e trasparente, da parte del governo mozambicano.
La chiesa sta facendo molto bene la sua parte. Il giorno successivo al passaggio del ciclone, il vescovo Claudio ha formato una "commissione emergenza ciclone" che si incontra ogni giorno. La diocesi di Beira, attraverso le parrocchie e la caritas, possiede una presenza e una conoscenza profonda e capillare del territorio, capace di individuare i nuclei famigliari più poveri o più colpiti, canalizzando aiuti di ogni genere.
Oltre agli aiuti da fuori, c'è la forza, la speranza e l'ottimismo della gente che, nonostante la tragedia, non perde il sorriso sulla bocca e la voglia di vivere. Dopo l'emergenza, comincia il tempo della ricostruzione. Sarà un tempo lento. Pang'ono pang'ono ("poco alla volta" nella lingua Sena). Un tempo lento e, in questo senso, forse, molto africano. Ma anche un tempo ottimisticamente ostinato. Anche questo, in un certo senso, molto africano.
In questi giorni alcuni amici dall'Italia hanno chiesto come possono aiutare. Come accennavo la settimana scorsa, come Missionari Saveriani, siamo presenti a Dondo, cittadina a 30 km da Beira, anch'essa fortemente colpita da ciclone. Tre padri vivono e lavorano là. Anche io vi ho vissuto tra il 2012 e il 2013. Tanta gente che conosco ha perso tutto. Sotto vi allego un progetto che abbiamo pensato e scritto assieme ai padri di Dondo. Il canale rimane, come sempre, la Casa Madre di Parma.
Grazie di tutto... Un caro saluto. Ci portiamo reciprocamente nel cuore e... tiri pabodzi! (che in Sena significa pressapoco "restiamo uniti"!)
p. Andrea
 
P.S.: Nella lettera della settimana scorsa c'è un errore: Beira ha circa 600 mila abitanti... non evidentemente 600 milioni, come avevo scritto. 
 
Ecco il progetto, pensato dai Missionari Saveiriani in Mozambico:

Mozambico. Emergenza ciclone - Dondo 

Il 14 e 15 marzo 2019 tutta la zona centrale del Mozambico è stata colpita da una depressione tropicale accompagnata da un ciclone denominato Idai. Il ciclone di forza 4, con venti che hanno raggiunto 180 km/h, assieme alle piogge torrenziali proseguite per giorni, hanno provocato danni umani e materiali senza precedenti.

La città più colpita è stata Beira, seconda città del Paese con i suoi 600 mila abitanti, situata sulla costa dell'oceano Indiano. Beira è capoluogo della regione di Sofala e sede della Diocesi dove lavorano i Missionari Saveriani. La città è stata letteralmente devastata: i dati ufficiali parlano di circa il 90% delle abitazioni distrutte. Scuole, ospedali, edifici pubblici, strade, rete dell’energia elettrica e idrica, chiese, sono rimasti profondamente danneggiati. Altri sono irrecuperabili.

La maggior parte della popolazione vive in case realizzate con materiale semplice e povero. I tetti sono lamiere di zinco che il furore del ciclone ha alzato via come fogli di giornale. Migliaia di famiglie sono così senza rimaste senza nulla. Appena fuori dalla città, la popolazione vive di agricoltura: a causa della esondazione di fiumi, il raccolto di quest’anno è pressoché totalmente compromesso.

I primi resoconti parlano di almeno 300 morti, ma il numero è destinato a salire almeno a 1000, perché il ciclone ha fustigato tutta la regione nel suo cammino verso il vicino Zimbabwe dove poi si è spento. Sono 1,5 milioni le persone direttamente interessate da questa tragedia.

I Missionari Saveriani presenti in Mozambico sono 11 e lavorano in quattro parrocchie. La più colpita dal ciclone è stata Dondo, cittadina di circa 80 mila abitanti, situata a 30 km da Beira. I Missionari Saveriani sono a Dondo dal 1998. I tre padri attualmente presenti accompagnano la vita e l’evangelizzazione di 24 comunità cristiane, 12 situate nella zona urbana e 12 nella zona rurale.

Vorremmo aiutare la nostra popolazione a rialzarsi poco alla volta. Chiediamo un sostegno per:

-        Aiutare le famiglie più povere che hanno perso tutto, contribuendo nella ricostruzione della loro casa.

-        Aiutare le nostre 24 comunità. Le comunità si riuniscono in strutture che fungono da luogo di incontro, di formazione e di preghiera. Alcune hanno perso il tetto, altre hanno visto le loro pareti cadere e necessitano di essere ristrutturate.

-        Ristrutturare gli ambienti della parrocchia che sono stati fortemente danneggiati: il salone parrocchiale e le sale di catechesi hanno perso totalmente il tetto; la casa dei padri lo ha perso parzialmente. 


COME DONARE?


Con Bollettino Postale n. 1004361281, intestato a "Associazione Missionari Saveriani Onlus" (Viale San Martino 8, / 43.123 Parma).
Con Bonifico Bancario a “Associazione Missionari Saveriani Onlus”, sulle coordinate IBAN – IT77A0760112700001004361281.
Con Assegno Bancario non trasferibile, intestato a "Associazione Missionari Saveriani Onlus" (Viale San Martino 8, / 43.123 Parma).
 
COME CAUSALE:
MOZAMBICO. EMERGENZA CICLONE - DONDO
 
In caso di dubbi consultare:
 
Le foto qui sotto illustrano:
Dalla 1 alla 8: Beira, Nhamatanda e Buzi. Foto inviate da amici o fatte circolare dalle agenzie di stampa
Dalla 9 alla 14: Dondo. Foto inviate dai Saveriani a Dondo. Famiglie che hanno perso tutto e immagini delle strutture della parrocchia o delle cappelle dove si riuniscono le nostre comunità cristiane.
 

Cari amici e care amiche,

spero stiate bene. In questi giorni sono arrivati alcuni messaggi dall'Italia che mi chiedono della situazione del Mozambico e della nostra salute, dopo il passaggio del ciclone che ha devastato Beira e tutta la regione centrale del Paese. Mi piacerebbe scrivere con calma, rispondere ad uno ad uno, oppure fermarmi e pensare ad uno dei soliti letteroni. Ma la vita corre tanto veloce anche qui in mezzo alla savana, mentre c'è un dovere etico che urge.

Giovedì 14 marzo tutta la zona centrale del Mozambico è stata colpita da una depressione tropicale, annunciata da giorni, e accompagnata da un ciclone chiamato Idai. La città più colpita è stata Beira, seconda città del Paese con i suoi 600 mila di abitanti, situata sulla costa dell'oceano Indiano. Beira è capoluogo della nostra regione di Sofala e sede della nostra Diocesi

Il ciclone ha divelto i tralicci dell'energia elettrica e le antenne delle tre compagnie telefoniche. In più, sono esondati due fiumi. La città è così rimasta totalmente isolata. Solo ieri, dopo tre giorni, sono state riattivate alcune linee telefoniche. Abbiamo ripreso i contatti con Beira, sono circolate le prime immagini e ci si è resi conto della gravità della situazione. L'impatto del ciclone è stato devastante.

Conosco bene Beira: vederla così, sventrata, è irriconoscibile. Si parla di circa il 90% delle abitazioni distrutte dal vento dell'uragano che infuriava a 180 km all'ora. La maggior parte della popolazione vive in case fatte di materiale semplice e povero. I tetti sono lamiere di zinco che il furore del ciclone ha alzato via come fogli di giornale. La gran parte delle famiglie sono così senza rimaste senza nulla. Ma anche case in muratura, edifici pubblici, chiese, supermercati... tutto distrutto. Distrutto e allagato, perché molte aree della città si trovano sotto il livello dell'oceano. I morti, per ora, sono 84. Il presidente della Repubblica diceva ieri sera alla nazione che il numero è destinato a salire almeno a 1000. Perché assieme alla città, è tutta la regione ad essere stata colpita.

Un amico prete che vive a Beira diceva ieri che il ciclone ha fatto cadere la torre di controllo dell'aeroporto. Nonostante questo, ieri sono arrivati cinque aerei, alcuni dal Sud Africa con i primi volontari, beni di prima necessità e medicinali. Si aspetta un volo dell'ONU, con il PMA (programma mondiale dell'alimentazione). Primo lavoro: con le motoseghe togliere gli alberi divelti dalle vie di circolazione. Diceva che ci vorranno giorni prima che vengano ripristinate energia elettrica e acqua. Per ora la gente sopravvive come può, facendo la fila ai pozzi. Il problema è che le piogge continuano e si teme la diffusione di malattie.

Noi undici Saveriani, stiamo tutti bene. Ci sono tre confratelli a Dondo - a 30 km da Beira - dove anche io ho vissuto per un anno tra il 2012 e il 2013. Parte del tetto della nostra casa di Dondo è volato via.Il salone parrocchiale è distrutto.

Noi qui a Chemba, siamo a 500 km di strada da Beira, ma a 300 km in linea d'aria. La depressione tropicale ci ha colpito di striscio, mentre indebolita andava a spegnarsi nel vicino Zimbabwe. Il fiume Zambesi ha fatto paura lunedì scorso quando è esondato ed è arrivato in strada. Per andare in paese, serviva la canoa. Dopo due giorni è rientrato, non ci sono state vittime. Anche qui le piogge continuano in maniera anormale, compromettendo l'attività agricola - che è la fonte primaria di vita della gente - e il raccolto di quest’anno. Sabato e domenica ero nelle comunità. In moto e a piedi nel fango, dato che la jeep sarebbe rimasta impantanata.

Per il resto, la mia vita corre via rapida come il grande fiume qui a pochi passi, tra scuola, studentato e visita alle comunità nei fine settimana.

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: vedere questa tragedia nel suo contesto globale, leggerla a partire dalla prospettiva dei cambiamenti climatici, riflettere su come l'azione distruttiva dell'umano sull'ambiente, qui, in questi anni recenti, potrebbe avere amplificato le conseguenze dell'azione della natura... per ora basta così.

A chi porta nel cuore questa cosa chiamata fede, chiedo di ricordarsi di questo angolo di Africa e della sua gente.

Pasqua, quest'anno, quando arriverà anche qui, avrà un profumo diverso.

Con amicizia,

p. Andrea

Riportiamo in questo articolo l'omelia alla Messa di Natale celebrata dal parroco, don Antonio, a San Pietro, martedì 25 dicembre alle 10.00. In questo articolo è possibile visionare le foto del bel presepio allestito dai ragazzi nella chiesa di San Pietro. Un'occasione per rivivere e condividere la gioia del Natale.

In questo articolo puoi consultare l'edizione digitale del giornalino parrocchiale "Famiglia Insieme" che verrà distribuito in tutte le case dei viadanesi in occasione del prossimo Natale. Sulla pagina principale del sito vi è inoltre uno specchietto, collocato nella pagina principale sul lato destro, dal quale si possono aprire i numeri passati di "Insieme".

Gli oratori di Viadana propongono due appuntamenti per le prossime vacanze invernali: una giornata sulla neve ad Andalo aperta a tutti (partenza da piazza Libertà alle ore 6.00 con il pullman, costo 20€, iscrizioni entro il 13 dicembre),  e un viaggio tra Francia e Germania per i giovani dai diciotto anni. Questo secondo appuntamento è stato organizzato insieme ad alcuni oratori di Cremona, diretti dal viadanese don Matteo Alberti, è prevede una visita alle città ci Colmar, Strasburgo e Friburgo nei giorni 4,5 e 6 gennaio 2019. Il costo del viaggio sarà di 190€ e l'iscrizione andrà comunicata in oratorio entro il 7 dicembre. Qui sotto è possibile scaricare la locandina e consultare il documento che riporta tutte le informazioni per il viaggio proposto ai giovani.

 

Con grande impegno la comunità cristiana si sforza di offrire a tutti i genitori cristiani di Viadana la possibilità di accompagnare i figli ai sacramenti. In questo articolo si possono consultare alcuni documenti informativi sull'anno catechistico che illustrano gli orari degli appuntamenti settimanali e le date degli incontri per i genitori.

Il calendario generale dell'anno catechistico:

Qui sotto è possibile visualizzare e scaricare i calendari di ogni singolo gruppo dalla prima elementare alla prima media e il modulo di iscrizione al catechismo.

Una "riorganizzazione degli oratori viadanesi per la formazione cristiana e per ricreare relazioni e legami" questo è il sottotitolo del volantino di presentazione del progetto educativo degli oratori "Gli oratori non sono muri, ma persone". Giovedì 4 ottobre presso l'oratorio Castello alle ore 21.00 si svolgerà un'assemblea di presentazione del progetto aperta a tutti coloro che volessero intervenire per offrire suggerimenti, spunti di riflessione e provocazioni.

Dopo due anni di riflessione una commissione di volontari e giovani operanti negli oratori ha maturato una seria presa di coscienza della realtà attuale e ha stilato alcuni obiettivi imprescindibili per il futuro:

- Ogni persona che entra negli oratori, ma in particolare i soggetti più bisognosi di attenzioni (che non sono i più piccoli anagraficamente spesso assillati dalle cure dei genitori), deve poter ricevere una scossa positiva mirata a far scoprire la bellezza della vita, delle relazioni e della vita cristiana e a diventare i protagonisti dell’oratorio
 
- Ogni persona, nelle diverse condizioni di vita, bambino, preadolescente, adolescente, giovane, genitore, nonno, anziano, deve trovare in oratorio una casa accogliente e sicura e un luogo dove si respira il desiderio di crescere e di educare serenamente
 
- Diversificare i due oratori in modo da costruire per entrambi una propria identità
 
- Armonizzare i percorsi e le iniziative attivate nei due oratori per appianare le difficoltà di gestione.
 
L’oratorio è sostenuto dalla simpatia, la stima, la preghiera e dalla collaborazione fattiva di tante persone, nella speranza di allargare il cerchio.
 
Qui sotto è possibile consultare e scaricare il volantino di presentazione del progetto:
 
 

Padre Andrea Facchetti, missionario viadanese dei Saveriani in Mozambibico, sta trascorrendo un periodo di "vacanza" a Viadana, e, sollecitato dagli amici, riprende la corrispondenza. Venerdì 5 ottobre all'auditorium Gardinazzi di piazzetta Orefice (Istituto Sanfelice) di Viadana alle 20.45 Padre Andrea offrirà un incontro pubblico alla cittadinanza viadanese.

 

 

Salire e guardare dall’alto

 

0. Finalmente, venti. Ovvero, l’Africa vista dall’Italia

 

Dopo diciannove lettere scritte dall’Africa, stavolta cambia la prospettiva. Torno infatti in Italia per poche settimane, a distanza di tre anni dall’ultima volta e dopo ormai sei anni in Mozambico. Dopo averle scritte, rileggo le righe che stanno lì sotto e mi rendo conto che – a differenze delle altre lettere – non sono parole che raccontano l’Africa dalla prospettiva dell’Africa. O meglio, lo sono solo in parte. Raccontano, piuttosto, l’Africa a partire dall’Italia. Perché è invitabile: il luogo dove la testa pensa, il cuore sente e gli occhi osservano cambia il senso di quello che le mani, alla fine, scriveranno. Soprattutto se il luogo è quello dove sei nato, cresciuto e hai cominciato ad orientarti nella vita e nel mondo.

 

Un giorno  di fine luglio, salgo al rifugio Pedrotti, 2491 metri di altezza, sulle Dolomiti del Brenta. Salgo piano, da solo, tra boschi di faggi e di abeti, nel silenzio cadenzato dai passi e mosso appena dal canto degli uccelli e da una brezza lieve. Gradualmente, il sentiero ripido si lascia indietro gli alberi e si circonda di muschi e fiori che crescono tra la pietra nuda, accanto ai ruscelli che scendono dalla montagna. Più avanti ci sono solo la roccia, le cime maestose delle Dolomiti e, quando una nuvola copre il sole, il vento, freddo per chi ha il corpo ormai abituato alla calura della savana.

 

Salire in alto ed imparare a guardare dall’alto. Guardare dall’alto il sentiero, la vallata, le cime, la persone che camminano in distanza, i boschi, le nuvole. Guardare dall’alto, per guardare più in là. Per guardare oltre. Guardare dall’alto l’Italia, la sua storia, il suo presente. Guardare dall’alto l’Africa, lo Zambesi, Chemba, la scuola, i villaggi, le capanne. Guardare dall’alto il Mediterraneo e chi cerca di attraversarlo. Guardare dall’alto la Chiesa e il suo cammino nella storia dell’umanità. Guardare dall’alto l’intero pianeta e il corso degli eventi. Salire, guardare dall’alto, mettersi dentro tutto. E fermarsi. Alla fine, non c’è modo più umano per scendere in profondità dentro la propria vita e sentirsi vita dentro la vita del mondo.

 

1. Salire e guardare dall’alto un’isola

 

Non ero mai stato al nord. Ai primi di gennaio, decidiamo così di andare a Nampula, terza città del Mozambico, assieme a p. Cesare, che ha l’età di mia madre e con il quale ho vissuto per due anni quando ero a Charre e p. Epitace, burundese, di poco più giovane di me, che deve incontrare alcuni connazionali nel vicino campo di rifugiati di Maratane. La strada non è male: Nampula dista 770 km e 14 ore di jeep. Tutto sommato, poco rispetto alle 15 ore che si impiegano per raggiungere Beira, capoluogo della nostra regione, che si trova a 500 km. Nampula è terra verde, monti di origine vulcanica, dalle pareti verticali di pietra levigata, che si alzano improvvisi e paiono macigni scivolati dal cielo.

 

Il Mozambico è benedetto da quasi 3000 km di costa sull’oceano. Il giorno successivo andiamo a Ilha de Moçambique, a circa 200 km da Nampula. “Ilha” in portoghese significa “isola”. Ilha de Moçambique è infatti un’isola, collegata alla terra ferma da un ponte stretto e basso costruito cinquant’anni fa, in epoca coloniale. È tanto piccola, con i suoi soli 3 km di lunghezza, ma – scherzi della storia – dà il nome all’intero paese. “Mozambico” deriva infatti da “Mussa Ben Mbiki”, il nome di uno sceicco che visse nell’isola. Fin dal X secolo Ilha de Moçambique fu un centro importante per i mercanti arabi che vendevano tessuti in cambio di oro, avorio e schiavi. Nel 1498 arrivò Vasco de Gama e i portoghesi ne fecero un punto di passaggio fondamentale nella circumnavigazione dell’Africa che aveva come destinazione l’India. L’isola fu tanto vitale da essere la capitale del Mozambico fino al 1898, quando si optò per Maputo. Nel 1541, vi si fermò per sei mesi anche san Francesco Saverio, in attesa dei venti favorevoli per andare in Oriente.

 

Le chiese in stile barocco, da cinquecento anni si stagliano chiare tra l’azzurro dell’oceano e del cielo, tra il bianco delle onde e delle nuvole. Abbandonate dall’uomo e forse anche da Dio, trovano la compagnia di palme alte e slanciate, sotto le quali i bambini smettono di giocare a calcio con un pallone fatto di sacchetti di plastica, nastro adesivo e fili di lana, appena notano avvicinarsi qualcuno che ha la parvenza di un turista, per chiedergli qualche spicciolo. I volti e la pelle di chi abita l’isola sono l’eredità di una storia violenta che ha intrecciato forzatamente l’Africa, l’Europa e l’Asia. Eppure da questo crocevia segnato da brutalità e sangue, osservando i volti, si prende atto di come l’umanità abbia potentemente generato vita e bellezza. È stato e sarà sempre così, con buona pace per chi altrettanto violentemente e brutalmente si ostina, oggi, a sbarrare il migrare dell’umano.

 

2. Salire e guardare dall’alto il passato

 

Sull’estremità settentrionale dell’isola c’è una fortezza imponente, a pianta rettangolare, con quattro baluardi possenti. Intitolata a são Sebastião, all’interno, c’è anche una chiesa che porta il suo nome. La fortezza serviva per difendersi dagli attacchi di arabi, olandesi e francesi, che per secoli si contendevano con i portoghesi le rotte commerciali verso l’Oriente. In cima alle massicce mura perimetrali, ci sono ancora cannoni e croci. Gli uni accanto alle altre, a protezione dal nemico. Con accanto la croce si bombardava l’avversario. Con accanto la croce, dopo averli battezzati, venivano caricati gli schiavi sulle navi negriere.

 

Sotto la fortezza, vicino alle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, vi sono i sotterranei dove erano ammassati gli schiavi, prima di essere caricati su scialuppe che li avrebbero imbarcati sulle navi ancorate al largo dell’isola. Dalla costa dell’Africa orientale, gli schiavi erano destinati alla penisola arabica, alle isole dell’oceano Indiano e alla Turchia. Altre navi scendevano fino al Capo di Buona Speranza, attraversavano l’Atlantico per raggiungere il Brasile, altra colonia portoghese.

 

Dal XVI secolo fino al XIX secolo, per più di 400 anni, quanti esseri umani sono stati deportati in massa dall’Africa, violentemente sottratti alla loro terra, alle loro famiglie, alla loro cultura dai mercanti di schiavi europei?  Nella libreria di casa ritrovo la ponderosa opera in due tomi di Paul Bairoch “Storia economica e sociale del mondo” sulla quale, venti anni fa, preparai l’esame di Storia economica all’università. Bairoch, belga, cresciuto alla scuola di Fernand Braudel, tenendo conto anche della mortalità in fase di trasporto, parla di 11 o 12 milioni di schiavi. Joseph Ki-Zerbo – altro grande storico cresciuto sempre alla scuola di Fernand Braudel che, però, a differenza di Bairoch, non è europeo ma africano, di nazionalità burkinabè – sostenendo che per ogni schiavo che arrivava in America, quattro morivano nel tragitto, nel suo “Storia dell’Africa nera” parla di un minimo di 50 milioni di uomini e donne sottratti all’Africa.

 

Ki-Zerbo riporta alcuni documenti terrificanti: bambini strappati alle madri e lasciati morire di fame; schiavi marchiati a ferro rovente sul petto o sulle natiche; essere umani ammassati e incatenati in mezzo a vomito e feci; malati lanciati in mare durante il viaggio per non contagiare gli altri; schiavi che dalla disperazione si suicidavano; fautori di scioperi della fame, il cui corpo tagliato a pezzi doveva essere mangiato a forza dagli altri schiavi. Le fonti di questi documenti sono i libri di bordo delle navi negriere dell’epoca. Chi li scriveva erano gli schiavisti europei che documentavano dettagliatamente ciò che compivano. Gli schiavi non erano neppure contati come esseri umani, ma pesati, come qualsiasi altra merce. La compagnia portoghese della Guinea, nel 1696, ad esempio, si impegnava a fornire alla Spagna «10000 tonnellate di negri».

 

Poi, bandita la schiavitù, si aprì un’altra pagina di nefandezze compiute dai paesi europei con la Conferenza di Berlino (1885), la conseguente spartizione dell’Africa e il colonialismo propriamente detto. Chi crede che tutto questo coinvolga solo alcuni paesi europei come Inghilterra, Francia, Portogallo e Belgio, chi è convinto che noi ne siamo estranei e magari possiamo adagiarci nello stereotipo coloniale di “italiani brava gente”, può leggere gli studi di Angelo Del Boca che documentano le atrocità e i crimini commessi dall’Italia nel suo passato coloniale in terra d’Africa.

 

3. Salire e guardare dall’alto il presente

 

Nella nostra lingua Sena, l’uomo bianco è chiamato ancora oggi “nzungu”. I primi azungu (bianchi) che il popolo Sena conobbe furono gli arabi, a cui seguirono i portoghesi. “Nzungu” deriva dal verbo “kuzungulira” che significa “circondare”. L’uomo bianco era, letteralmente, “colui che circonda”: colui che risaliva il fiume Zambesi e circondava – appunto –  il villaggio, per fare razzia di schiavi. Le etimologie delle parole sono alberi dalle radici profonde che si portano dietro la tragicità della storia.

 

Schiavi, quindi. Ma non solo: assieme agli schiavi, anche oro e avorio. Vale a dire, manodopera a basso costo e materie prime. La storia continua a ripetersi. Da cinque secoli, l’Africa è saccheggiata, per fornire questi due beni indispensabili all’Europa e, in senso lato, al mondo occidentale. Al posto degli schiavi che fino all’800 erano rubati all’Africa per lavorare nelle piantagioni di zucchero, cotone e caffè dell’America, ci sono oggi i migranti, manodopera sottopagata non specializzata, che spesso lavora in condizioni di illegalità (si pensi al lavoro nelle campagne del sud Italia, per buona parte in mano al caporalato e alle mafie). Solo così si può sostenere una economia che vuole abbattere i costi, per mantenere bassi i prezzi dei prodotti che compriamo al supermercato. «D’altronde c’è la crisi economica, siamo tutti poveri». Ci si giustifica così.

 

Quelle materie prime che un tempo erano oro e avorio, oggi, nel caso del Mozambico, sono il gas, il carbone, i diamanti e altri minerali preziosi. Allargando l’orizzonte all’intero continente africano, l’Occidente – cinque secoli fa come ancora oggi – ha le mani insanguinate per tante guerre, guerriglie, dittature e situazioni di instabilità politica, create, mantenute o appoggiate al fine di accaparrarsi petrolio, minerali, risorse naturali e materie prime. In poche parole, par fare quello vogliamo. Eclatanti sono i casi del Congo e di tutta le regione dei Grandi Laghi, della Libia, del Sudan. Ma questo stato di cose è prassi in quasi tutti i 54 paesi del continente africano. Oggi in Africa tutto è in mano a tutti: Cina, Stati Uniti, India, Europa, Russia, Turchia. A tutti, fuorché agli africani.

 

Da metà luglio, da quando sono in Italia, sento molto parlare di Africa e di africani. Per strada, al bar mentre prendo un caffè, sui giornali, alla radio, una volta anche fuori dalla chiesa. Generalmente sento parlarne male o, comunque, non bene. La maggior parte delle persone che ascolto hanno le idee chiare sull’Africa e sugli africani. Complici anche le gravissime responsabilità di una classe politica bassa, cattiva e prepotente, che, non sapendo fare politica, se la prende con i poveri. Nel tempo del sotto-costo, abbiamo optato per la sotto-politica e per la sotto-umanità.

 

Sarebbe bene che chi parla di Africa, o perlomeno chi scrive sui giornali di Africa oppure chi, in un palazzo del potere, prende decisioni sull’Africa e su chi fugge dall’Africa, prima di parlare, di scrivere, di decidere, facesse un respiro profondo e un attimo di silenzio. Salisse e guardasse dall’alto. Poi, dopo avere messo tutto dentro – passato e presente – parlare, scrivere e decidere. La nostra gente in riva allo Zambesi si piegherebbe sulle ginocchia, batterebbe tre volte le mani ed esclamerebbe «takhuta», che significa «grazie». L’Africa intera, assieme  alla storia, gliene sarebbero grati.

 

4. Salire e guardare dall’alto quello che si impara dalla vita

 

Un pomeriggio dei primi giorni in Italia, rileggo le pagine di diario degli ultimi mesi e osservo le poche fotografie scattate in questi anni. Parole e immagini che raccontano di Chemba, del mondo contadino in mezzo alla savana, delle donne che vanno al fiume a prendere l’acqua sfidando i coccodrilli, della gioia di celebrare la vita e la fede nelle comunità, di quanto si dorme bene per terra in una capanna, delle capre che sono ovunque e prendono il sole nel campo da basket al mattino presto, dei ragazzi che scavano le fondamenta per costruire la recinzione dell’orto dello studentato perché ci eravamo stancati delle suddette capre, della devastazione delle nostre foreste e del silenzio mortale che fanno gli alberi tagliati, della jeep che dopo essere uscita miracolosamente dal fango comincia ad avere problemi al radiatore, delle lezioni di etica alla decima classe ogni lunedì mattina studiando assieme la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del viaggio in treno stipato in terza classe tra persone e galline con la testa che gira per un’altra malaria, di un sole che tramonta dietro il baobab, di riunioni e incontri con la Commissione diocesana di Giustizia e Pace e con la gente semplice nel tentativo di costruire un Mozambico più giusto e democratico.

 

Riporto dal diario del 21 maggio, ore 22. «Il presidente della Repubblica è a Chemba. È arrivato in elicottero questa mattina e partirà domani alle 8.15, come indicato da protocollo. Si è portato dietro una squadra di ministri, governatori e sindaci. Se ne partirà con 208 capre, che la popolazione è stata obbligata ad offrire. Di queste 208, ovviamente, nessuna finirà nel cortile della casa presidenziale a Maputo. È la Frelimo dei ricchi che si riempie le tasche con i soldi dei poveri. Tra ieri e oggi sono passati decine di camioncini stracolmi di donne, uomini e ragazzini: dalle campagne più distanti, passaggio gratuito per accogliere il presidente. Tutti contadini, gente umile e semplice che per sopravvivere dipende dalle piogge (sempre più scarse nella savana che si va desertificando), che non sa leggere e scrivere, che da sempre è stata educata con la forza e la paura a tenere la testa bassa e a dire sempre “sì”. È la stessa gente espropriata delle sue terre e saccheggiata delle sue foreste. Che muore per una curabilissima malaria, mentre i figli neonati per una guaribilissima diarrea. E che – beffa grottesca della storia – applaude gli artefici dello scacchiere. Non c’è peccato più grave che ingannare i poveri». Ecco come poche righe di diario diventano, involontariamente, una pagina di sociologia politica africana.

 

Quando il presidente visita un villaggio è previsto uno spazio nel quale i cittadini possono prendere la parola. La Frelimo – il partito ininterrottamente al potere da 43 anni – sta ben attenta a quello che si dice. E, soprattutto, a registrare i nomi di chi lo dice. Si sapeva che in quello spazio libero di parole non libere, era proibito parlare, oltre che di foreste, anche di acqua. L’acqua è, in effetti, un problema a Chemba. A causa del cuneo salino, l’acqua dei pozzi è molto salata. Al fiume, i coccodrilli sono sempre in agguato e, nel periodo delle piogge, tra novembre e marzo non passava una settimana senza che una persona fosse uccisa, in un villaggio di 9000 abitanti come Chemba. L’anno scorso venne realizzato un progetto che porta l’acqua dello Zambesi in alcune abitazioni del paese e in due fontane. Una parte del denaro destinato all’opera sparì. Così, l’acqua, invece di provenire direttamente dal fiume, percorre un tragitto più breve ed è estratta da una lanca, dove è ferma e impura. Per questo, era tabù parlare di acqua.

 

Siamo soliti dedicare le due pagine centrali di “Pa kwecha” –  ricordate? Il primo giornale pensato, scritto e stampato in mezzo alla savana, nato l’anno scorso e realizzato assieme ad un gruppo di ragazzi e ragazze dello studentato – a problemi che interessano la gente di Chemba. Dopo avere parlato soprattutto di taglio illegale di foreste, sul secondo numero di quest’anno, uscito ai primi di luglio, era doveroso parlare di acqua.

 

Abbiamo così pensato di realizzare un vero e proprio reportage. I più piccoli, guidati da Kussowa, 16 anni, hanno cercato sui libri e su internet dati relativi alla problematica dell’acqua nel mondo e in Mozambico, scoprendo, ad esempio, che nel nostro paese ben il 51% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, mentre nella zona rurale, come Chemba, la percentuale sale all’65%. I più grandi, invece, guidati da Manuel e Armando, hanno raccolto le lamentele della popolazione, sono andati al fiume ad intervistare le donne che ogni giorno rischiano la vita per procurare l’acqua, hanno incontrato l’assessore comunale ai servizi tecnici. Dopo un mese di lavoro, col giornale tra le mani, Angelo, il più piccolo, ha esclamato: «Questo numero, è il più bello!». Il giornale è stampato per gli abitanti di Chemba, ma è anche pubblicato da due blog mozambicani.

 

Nel logo del giornale, la “H” di “Pa kwecha” è una scala che sale. Salire e guardare dall’alto, ecco che torna, di nuovo. A volte mi sorprendo di come, in pochi mesi, questi ragazzi figli di contadini e di allevatori di capre, abbiamo maturato una intelligenza critica che li aiuta a vincere paure che gli adulti continuano ad avere. Insomma, credo che stiano diventando grandi.

 

Se in alto salgono un bambino e Dio, noi cosa aspettiamo?

 

Mio nipote Isaia, quinto figlio di mia sorella, ha un anno e mezzo e adora salire sui tavoli. Prima, con accuratezza e circospezione, da terra, studia la sedia. Dopo avere individuato il punto dal quale attaccarla, comincia diligentemente l’arrampicata. Afferra con le mani le estremità, impunta il piede destro sulla traversa laterale e, accartocciandosi su se stesso, riesce a conquistare la prima vetta. Fiero dell’impresa, senza un attimo di tregua, si alza sulle punte dei piedi e mira all’obiettivo più alto: con la forza di braccia e gambe, riesce ad espugnare il tavolo, esausto, a pancia in giù.

 

Poi, seduto trionfalmente sul suo trono, il re del tavolo, comincia a giocare con quanto trova nel suo raggio d’azione e a rovesciare ogni oggetto che incontra in posizione verticale. Bicchieri e bottiglie hanno la peggio, prima che intervenga disperata sua madre. Sgridato e rimesso a terra, dopo pochi minuti di volto imbronciato, ricomincia entusiasta una nuova arrampicata.

 

Salire e rovesciare. Mi tornano spesso nella testa questi due verbi – assieme – quando, dopo avere osservato mio nipote, un giorno di agosto, preparavo l’omelia sul brano di Vangelo che contiene queste parole: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Luca 1,51-53).

 

Chiaramente, il soggetto di queste azioni non è mio nipote. Ma è Dio. Sono parole appassionate, che parlano di troni rovesciati, di umili innalzati e di potenti umiliati. Parole forti, dure e, forse, anche inattese per chi ha una certa immagine di un Dio immobile là nei cieli. Eppure queste parole rivelano il sogno di Dio o, per lo meno, uno dei tanti sogni di Dio. Che, probabilmente, coincide anche coi nostri sogni.

 

Non rimanere spettatori nella vita del mondo. Ma salire in alto. Imparare a guardare dall’alto. Per guardare più in là, per guardare oltre. Dopo questo, fermarsi e mettersi dentro tutto. E rovesciare. Cominciare col rovesciare tutto quello che ascoltiamo e vediamo attorno a noi – o che pensiamo e sentiamo dentro di noi – e che vorrebbe annullare la nostra umanità: rovesciare discorsi, immagini e simboli che seminano rancore, paura, cattiveria e diffidenza nei confronti dell’altro. Rovesciare le narrazioni di quanti ci vogliono fare credere che lo stato attuale delle cose sia l’unico possibile. Rovesciare l’arroganza del “prima noi e poi gli altri”. Rovesciare chi ha interesse ad intorbidire e depistare avvisaglie di un presente e un futuro diversi. Rovesciare le forze che paralizzano l’impegno per costruire un mondo migliore. Rovesciare i professionisti nello scippo della speranza. Si deve prima rovesciare, se si vuole costruire il nuovo. Se in alto salgono un bambino e Dio, noi cosa aspettiamo?

 

 

Viadana, 4 settembre 2018

 

p. Andrea, missionario in Africa

 

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Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

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Ore 7.30 - S. Maria

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Ore 18.00 - S. Pietro 

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Bisogni Caritas

I volontari della Caritas sono in sede (dietro la caserma dei Carabinieri di Viadana, ex-villaggio) tutti i sabati dalle 14.30 alle 17.30. Attualmente c'è necessità di generi alimentari a lunga conservazione: pasta, latte, olio, zucchero, farina bianca, legumi e conserve, biscotti.