Tutte le famiglie di Viadana possono aderire ai gruppi famiglia delle parrocchie. In particolare sono indicate tre proposte: la prima è rivolta alle coppie entro i 15 anni di matrimonio, la seconda alle coppie oltre i 15 anni di matrimonio e la terza guarda in particolare alle coppie e single che hanno vissuto vicende di separazione o divorzio. Gli incontro si svolgono sotto la guida di don Floriano Danini presso l'oratorio Castello, generalmente iniziano alle ore 19.30 con la cena insieme.

Qui sotto è possibile scaricare il calendario 2015-16:

 

 

In questo articolo presentiamo un saggio di Jean-Michel Besnier, "L'uomo semplificato" (Vita e Pensiero, 2013, 14 €). In questa opera il tentativo è quello arduo di sottolineare alcuni tratti dell'uomo postmoderno, al di là dei soliti luoghi comuni. A fondamento vi è una tesi affascinante, il dominio della tecnoscienza non sta migliorando la vita dell'uomo, ma induce in esso una regressione ad uno stadio evolutivo del tutto nuovo, estraneo agli orizzonti, pienamente umani, della fantasia, della immaginazione, delle emozioni e della spiritualità. In realtà nella parte propositiva, gli appelli di Besnier alla cura di sè e delle proprie emozioni non sembrano tanto innovativi e promettenti quanto le analisi iniziali. 
A seguire è riportata la presentazione del libro e una breve biografia dell'autore.
 
L’uomo semplificato è l’ultima frontiera della concezione tecnico-scientifica del mondo. Oggi l’ideale di una vita senza complicazioni viene posto nella linearità dei processi e nell’economia delle operazioni tipiche della macchina. L’efficienza è la porta della felicità.
Questo non è lo scenario di una fantasia letteraria o la profezia apocalittica di qualche visionario nemico del progresso. È il contesto della nostra vita, la banalità del nostro quotidiano. Pensiamo infatti a come la televisione, il computer, i tablet e gli smartphone costituiscano il paesaggio d’oggi, regolando le relazioni con gli altri e il rapporto con il mondo. Ma pensiamo anche alle procedure standardizzate e automatizzate in cui ci imbattiamo ogni volta che cerchiamo di interpellare un gestore telefonico, un ufficio amministrativo, o anche solo un bancomat o il self-service di un distributore di benzina.
Il libro del filosofo francese Jean-Michel Besnier nasce proprio dall’intento di aprirci gli occhi per vedere con chiarezza a cosa rinunciamo quando accettiamo che uno standard tecnologico diventi ciò che ci caratterizza come umani. Le macchine, egli dice, rendono sì semplice la vita (e a volte la salvano, questo non va dimenticato), ma al prezzo di livellarla a colpi di algoritmi e calcoli matematici. E non si tratta di un discorso nostalgico o conservatore. L’allarme di Besnier racconta piuttosto qualcosa che la velocità della tecnologizzazione delle società contemporanee ha solo reso più evidente e drammatico, ma che minaccia l’Occidente da molto tempo, almeno dall’inizio dell’età moderna: la resa a esigenze, spesso economiche o politiche, che riducono l’uomo a un’utile elementarità e che, così facendo, finiscono per renderlo omologato, sostituibile, superfluo. È in questo senso che Besnier può mettere accanto, l’uno all’altro, l’uomo ‘moderno’ di Pascal che nel divertimento, nel rumore e nell’agitazione cerca di eliminare il dolore dell’interiorità, l’uomo ‘carne da cannone’ sacrificabile della Grande Guerra e l’uomo scannerizzato dal neuromarketing che usa la sofisticazione della tecnologia diagnostica per carpire preferenze di gusto e indirizzare i consumi.
Si capisce come la posta in gioco sia l’essenza stessa dell’umano, che è varietà, immaginazione, complessità, interiorità, ironia, simboli ed emozioni. Tutte caratteristiche che non possono essere contenute nell’uniformità semplificata delle macchine. Nella liquida pervasività di oggi, occorre lo sforzo di una presa di coscienza che, anche attraverso il recupero dello spazio perduto della cultura umanistica, porti a quella che Besnier chiama una «rivoluzione»: la rivoluzione della nostalgia di una profondità, di una irriducibilità alla semplificazione, di un ritorno a una «incontrollabile gioia di vivere».

Biografia dell'autore

Jean-Michel Besnier (1950) insegna alla Sorbona e a Sciences Po a Parigi. Esperto di nuove tecnologie, di cui studia in particolar modo l’impatto sulla società contemporanea, è autore di numerosi saggi, tra cui Histoire de la philosophie moderne et contemporaine (1993), Réflexions sur la sagesse (1999), Les théories de la connaissance (2005), La croisée des sciences. Questions d’un philosophe (2006), Demain, les posthumains. Le futur a-t-il encore besoin de nous? (2009).

Viene presentato in questo articolo un libro che non proviene da ambienti cattolici per scopi catechistici, ma è un testo di divulgazione scientifica scritto da due scienziati italiani di grande valore. Nello specifico si è nell'ambito delle neuroscienze e gli autori propongono una teoria dello sviluppo e del funzionamento della coscienza nell'uomo. Per il credente queste letture sono indispensabili perché aiutano a superare il modello comodo e pericolosissimo della divisione tra fede e scienza (due ambiti diversi, due linguaggi diversi, quasi in opposizione) e si scopre che ci sono scienziati che trattano temi affini alla vita dello spirito che sarebbe opportuno frequentare. Inoltre questo libro ha un merito, ed è quello di non arrendersi alle teorie riduzioniste (cfr. pag. 203) che hanno dominato la scena degli ultimi secoli (l'uomo è un grumo di cellule come il lombrico). Gli autori ricordano che le galassie, la natura, le ricchezze sconfinate sarebbero grani di polvere insignificanti se non ci fosse la coscienza dell'uomo che attribuisce loro un significato. Nell'uomo l'universo infinito esiste di più, perché lì c'è qualcuno che lo vede.

"Marcello Massimini e Giulio Tononi, Nulla di più grande, Dalla veglia al sonno, dal coma al sogno. Il segreto della coscienza e la sua misura, Baldini e Castoldi, Milano, 2013".

Gli autori:

Marcello Massimini, medico e neurofisiologo, è docente presso l'Università degli Studi di Milano e Invited professor presso il Coma Science group dell'Università di Liegi. Ha lavorato in Canada e presso l'università del Wisconsin. in Italia sta sviluppando nuovi strumenti per lo studio del sonno, della coscienza e delle sue alterazioni.

Giulio Tononi, medico e psichiatra, è professore presso il dipartimento di psichiatria dell'università del Wisconsin. ha svolto attività scientifica a New York e San Diego. Viene considerato il massimo esperto mondiale di sonno e coscienza. In particolare la Teoria dell'Informazione Integrata, da lui formulata, è apprezzata come l'unica teoria scientifica completa sulle basi neurali dell'esperienza cosciente. Ha scritto con il premio Nobel Gerald Edelman il libro: "Un universo di coscienza".

Segue un intervista del 22 gennaio 2003 a Giulio Tononi del giornalista di Avvenire Andrea Lavazza, a commento del libro Galileo e il fotodiodo.

La coscienza? Si misura così

Il neurologo Giulio Tononi: «Sappiamo dove risiede nell’uomo: ma la scienza non potrà mai spiegare come si realizza in un verso di Leopardi»

Galileo e il fotodiodo. Professor Tononi, un titolo che sembra enigmatico come il tema della coscienza...

«L'obiettivo è invece quello di diradare il mistero. L'assunto di base è che siamo in possesso, e non da oggi ma da secoli, di tutti gli elementi per costruire una teoria della coscienza, ovvero per tentare di definire quali siano le proprietà fondamentali e quali le condizioni necessarie e sufficienti (compresi i requisiti fisici)».

Quali sono tali elementi?

«Possiamo cominciare con due fatti ormai accertati. Nel nostro sistema nervoso centrale, la parte detta cervelletto conta 50 miliardi di neuroni, contro i 30 del sistema talamo-corticale, con il quale condivide tutte le principali caratteristiche biologiche. Se un tumore costringe alla sua asportazione, perdiamo ben metà delle cellule nervose, con effetti sull'equilibrio e la coordinazione, ma la vita cosciente resta impregiudicata. Quando invece si distrugge la corteccia, come nel ca so di gravi traumi, siamo ridotti allo stato vegetativo. È quest'ultima, quindi, a essere legata alla coscienza, e ciò si sa da 150 anni. Consideriamo poi la veglia e il sonno, durante il quale si pensava che il cervello si spegnesse. In realtà, il cervello resta attivo, vi sono alcune modificazioni, ma dobbiamo chiederci perché la stesse cellule ci danno la coscienza e ce la spengono di notte. A partire da constatazioni e interrogativi "banali", ho preso sul serio il principio di ragion sufficiente: se le cose stanno così deve esserci un motivo perché stiano così e non diversamente. La coscienza si può affrontare in termini scientifici, ma non seguendo la via analitica e riduzionistica dei correlati neuronali. Ed eccoci alla proprietà fondamentali della coscienza: differenziazione e integrazione».

Vediamo la prima, la differenziazione, attraverso l'esperimento mentale che propone nelle conferenze e nel libro: «Galileo e il fotodiodo».

«Immaginiamo un soggett o in stanza is olata e vuota in cui a intervalli regolari viene accesa e spenta una lampada. Il nostro Galileo (cioè colui che aveva escluso dalla scienza l'elemento soggettivo, ndr) avrà esperienze coscienti di luce e buio che dovrà riferire verbalmente. Nella stessa stanza un fotodiodo (semplice circuito elettrico percorso da una corrente che è funzione dell'intensità luminosa dell'ambiente) potrà discriminare in modo analogo tra luce e oscurità. Il congegno fisico e il soggetto umano svolgono ugualmente bene il compito. Ma noi siano coscienti (vediamo la luce), cosa preclusa al fotodiodo. Qui di solito i filosofi si arrendono».

Lo scienziato invece...

«... spiega che se la luce diventa rossa, Galileo la percepisce rossa, mentre il fotodiodo continua a rispondere solo "luce". E se la luce disegna i più disparati oggetti, per l'uomo saranno tutti stati di coscienza diversi, in numero immenso; il repertorio del fotodiodo rimane limitato all'alternativa spento-acc eso. Ecco la differenza eclatante: per noi il mondo è diviso in miliardi di stati di cose possibili, che siamo in grado di discriminare in un secondo. E la vastità del campo delle possibilità è una misura di informazione. Questa è la differenziazione - o informatività - della coscienza».

C'è poi l'integrazione.

«Prendiamo un milione di fotodiodi, discrimineranno più di un uomo. Si tratta del secondo esperimento immaginario: Galileo e la telecamera. Il sensore collegato con uno schermo riproduce un pixel per ogni fotodiodo: si ha l'immagine, qualunque immagine possibile. Ma nemmeno la telecamera è cosciente, perché manca proprio dell'integrazione. Tagliate in due il sensore con una lama sottilissima, sullo schermo nulla cambierà: ogni diodo continua a dare il suo pixel indipendente. Tagliate in due il cervello, come si è fatto per curare casi gravissimi di epilessia, recidendo commessura e corpo calloso: non muta sostanzialmente il comportamento, ma c'è una cl amorosa nov ità. È la coscienza a venire divisa in due: si hanno due esseri coscienti, ognuno dei quali, per esempio, vede metà del campo visivo. La telecamera è un insieme di sistemi singoli (i fotodiodi) che discriminano due stati, mentre l'uomo è integrato, la coscienza è sempre unificata, l'attenzione si fissa sempre su una singola cosa alla volta. In sintesi, possediamo un repertorio di sistema integrato. Sappiano discriminare un enorme numero di stati di coscienza diversi, uno dei quali si verifica in ogni istante, eliminando miliardi e miliardi di altri che avrebbero potuto accadere». 

Sembra quasi semplice...

«Ma avere insieme queste due proprietà è estremamente difficile. Tanto che gli esperimenti ci suggeriscono come il sistema talamo-corticale - in termini di integrazione dell'informazione - sia l'entità più complessa dell'universo conosciuto. Ciò fa sì che una coscienza artificiale sia molto lontana».

E come si misura la coscienza? 

Considerando quanta informazione effettiva un insieme di elementi può integrare, ovvero quanti stati siano a disposizione di un singolo sistema integrato, in termini di bit.

E come si svolge la misurazione?

«Soprattutto con simulazioni al calcolatore. Si riproduce un modello del sistema talamo-corticale, incorporando gli aspetti fondamentali dell'anatomia e della fisiologia del cervello, per avere stima degli stati possibili. Una volta che si sa come identificare le entità integrate, si va a misurare la complessità, cioè a vedere quanta informazione integrata c'è all'interno. Alla fine del processo si ottiene un numero associato a un particolare set di elementi». 

Con misure e quantificazioni si può dunque mettere alla prova la teoria dal punto di vista "empirico"? 

«Sì, la scienza deve esprimere ipotesi falsificabili con esperimenti. La mia ipotesi che la complessità si distribuisca su un continuum, che ha il suo minimo nel sonno senza sogni e il suo massimo nella veglia vigile. E una previsione che si mette alla prova sia con i modelli al computer sia con esperimenti sull'uomo, grazie alla stimolazione magnetica transcranica abbinata alla tomografia ad emissione di positroni. Ovvero, si sollecitano dall'esterno certe aree del cervello e si osservano le risposte con speciali tecniche diagnostiche. La misurazione darebbe senso anche a domande filosofiche sulla coscienza negli animali, nei neonati, negli embrioni...» 

Ma, a tale proposito, questa stretta visione scientifica non comporta qualche rischio? 

«Una volta formulata la teoria (la coscienza è una proprietà fondamentale definita in termini di integrazione dell'informazione) si deve il massimo rispetto per la coscienza stessa. Abbiamo imparato che è difficile ottenerla, che ogni complesso è straordinariamente unico. Ognuno di noi custodisce un repertorio diverso, come specie rara . La coscienza è complessità, ma il particolare modo di essere coscienti esula e trascende la scienza. Condividiamo molte caratteristiche, tuttavia non sappiamo perché leggere quel particolare canto di Leopardi risuoni in quel particolare modo per quella particolare persona: qui la scienza deve arrendersi».

Proponiamo un articolo di Paola Di Sabatino apparso sul sito "piccolenote", nel quale si riprende un pronunciamento pubblico di Marcel Proust a difesa delle grandi Cattedrali francesi. Un piccolo omaggio a Marcel Proust, un animo a suo modo espressivo di una cultura e di un'epoca a noi molto vicine, nel centenario dell'uscita del primo volume della sua opera "Alla ricerca del tempo perduto". L'articolo di Proust riflette un interesse puramente estetico per le cattedrali e le liturgie cattoliche e ci aiuta a cogliere la religione come affetto che colpisce e affascina l'animo umano, e in quanto affetto non è detto che non sia vero. 

 

Che Marcel Proust ritenesse le chiese gotiche le più nobili «opere alle quali si sia mai innalzato il genio di Francia» è risaputo: in À la recherche du temps perdu i nomi di Chartres, Amiens, Tours, Sens, Bourges, Auxerre, Clermont e Troyes ricorrono continuamente. E del resto la stessa Recherche era stata concepita, «costruita» e «ornata» perché rappresentasse una «cattedrale» nella storia della letteratura, ossia restasse in piedi «nel Tempo». Meno nota, invece, la sorprendente perorazione dello scrittore – non credente, ebreo per nascita (la madre era ebrea, il padre cattolico non pratircante ndr) e figlio di quel mondo che il poeta Charles Péguy, negli stessi anni, aveva definito prospero «senza Gesù, dopo Gesù» – in difesa dei secolari giganti di pietra d’Oltralpe, i quali nel 1904 rischiavano la sconsacrazione a causa della legge che sanciva la separazione tra Chiesa e Stato francese.

 

L’articolo di Proust apparve nell’agosto di quell’anno su Le Figaro, con un titolo forte – «La morte delle cattedrali» –, mentre l’intero Paese era intento a discutere alcuni punti di una legge che, tra le varie cose, prevedeva l’abolizione dei luoghi di culto, l’inventario di tutte le proprietà della Chiesa francese e l’istituzione delle associazioni cultuali, pena la confisca di quegli stessi beni da parte dello Stato. Il rischio che quest’ultimo s’impadronisse della gestione dei luoghi di culto cristiani per trasformarli in «semplici pezzi da museo, gelidi» sembrava imminente, e Proust temeva che di lì a qualche anno la Francia sarebbe divenuta «una spiaggia dove gigantesche conchiglie cesellate sarebbero apparse arenate, vuote ormai della vita che in esse aveva abitato ed incapaci di recare all’orecchio che si chinasse su di esse il vago rumore di un tempo». Questo perché, scriveva l’autore: «Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo non sarà più celebrato nelle chiese in esse non ci sarà più vita».

Tale affermazione costituisce il primo grande punto nevralgico dello scritto proustiano. Sottolineando che la bellezza delle chiese sarebbe venuta meno nel momento in cui, private dell’anima – ovvero la messa – le si fosse “musealizzate” e guardate esclusivamente da un punto di vista culturale, Proust faceva una distinzione importante e, se vogliamo, attualissima: quella tra cultura cristiana e fede cristiana ossia, usando le parole di Alberto Beretta Anguissola, uno dei massimi studiosi proustiani, tra ciò che è «adozione di un insieme di interessi, abitudini, opinioni e pensieri che fanno parte del “bagaglio antropologico” della tradizione cristiana» e quella che invece è la «certezza di poter risorgere con Cristo». Due realtà ben distinte e non intercambiabili perché, parafrasando un’espressione di papa Francesco, il cristianesimo non è una «proposta culturale» ma la sequela di Gesù.

Colpisce e sorprende allora l’intuizione di Proust, il quale nell’articolo sembra rimarcare anche terminologicamente la distanza tra i due ambiti: riferendosi a quello culturale, per ben due volte il romanziere utilizza l’aggettivo «gelido» mentre, nel caso di quello della fede, fa continuamente ricorso al sostantivo «vita». L’unico motivo, spiegava Proust, per cui le cattedrali gotiche erano state erette dagli artisti del XIII secolo, con le offerte di migliaia di anonimi fedeli, era la fede in Gesù; e la bellezza vivida che continuava a tremar loro d’attorno, ancora dopo tanti secoli, stava tutta nelle splendide celebrazioni eucaristiche che in esse si svolgevano: «Si può dire che grazie alla sopravvivenza dei medesimi riti nella Chiesa cattolica e, d’altra parte, della fede cattolica nel cuore dei Francesi, le cattedrali non sono soltanto i più bei monumenti della nostra arte, ma sono gli unici che vivano ancora integralmente la propria vita».

 

La cattedrale di Chartres

Mettete un cristianesimo estinto da secoli – ragionava per assurdo lo scrittore – del quale nessuno più ricorda le tradizioni ma di cui, tuttavia, resta traccia proprio nelle grandi cattedrali, divenute nel tempo monumenti «inintellegibili di una fede dimenticata»; aggiungete orde di scienziati intenti a ricostruire le cerimonie che in quei luoghi un tempo si svolgevano e artisti che si cimentano a rimetterle fedelmente in scena; amalgamate il tutto con la solerzia di uno Stato che, in tal caso, non si lascerebbe sfuggire l’occasione di sovvenzionare «la resurrezione delle cerimonie cattoliche, tanto grande è il loro interesse storico, sociale, plastico e musicale»; e in ultimo, ciliegina sulla torta, le immancabili «carovane di snob» a caccia di eventi mondano-culturali, ansiose di «assaporare l’opera d’arte nella cornice stessa che è stata costruita per accoglierla»: bene, vedrete – assicurava lo scrittore dalle colonne del Figaro – che «nonostante tutto» la ricetta non funzionerà. Ne verrebbero certamente fuori delle «retrospettive magari esatte, però gelide» e non si potrà fare a meno di pensare a come «queste feste dovevano essere più belle ai tempi in cui erano i sacerdoti che celebravano le messe, […] perché avevano, nella virtù di questi riti, la stessa fede degli artisti che scolpirono» le cattedrali in questione; e a come «doveva parlar con voce più alta, più intonata, l’opera intera quando tutto un popolo rispondeva alla voce del prete, si metteva in ginocchio al tintinnio della campanella», animato anch’esso dalla stessa devozione del sacerdote e dello scultore.

Questo perché, sosteneva Proust, lo splendore della «liturgia cattolica» forma «un tutto unico con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali»: nella prima, ogni elemento – dal composto fervore del popolo alla musica gregoriana, «sino al più piccolo gesto del prete, sino alla stola ch’egli indossa» – si accorda con «il sentimento profondo» che anima le seconde. Entrambe, liturgia e cattedrale, partecipano della stessa fede, della stessa vita, entrambe riverberano una bellezza che l’autore dellaRecherche riteneva inarrivabile: «Mai uno spettacolo paragonabile a questo, uno specchio gigantesco della scienza, dell’anima e della storia fu offerto agli sguardi e all’intelligenza dell’uomo […]. Si può dire che una rappresentazione di Wagner a Bayreuth […] è poca cosa accanto alla celebrazione della messa grande nella cattedrale di Chartres». Ed è significativo che il romanziere parli di «sguardi», oltre che d’«intelligenza», a lasciar intendere che, non solo quanti erano in grado di comprendere i rimandi e i segni propri della liturgia, ma davvero tutti, anche i semplici fedeli, potevano godere appieno di quell’evidente splendore: «Un ignorante, un semplice sognatore, entra in una cattedrale, si abbandona alle sue emozioni e prova un’impressione certamente più confusa, ma forse non meno forte».

 

L’importanza vitale della liturgia: ecco dunque il secondo punto nevralgico dell’articolo proustiano, anch’esso attualissimo. Piace a questo proposito ricordare un altro accenno di papa Francesco, dello scorso luglio, questa volta sull’attenzione delle Chiese ortodosse per la tradizione liturgica. Esse, spiegava il Pontefice al rientro dalla visita apostolica in Brasile, «hanno conservato la liturgia che è tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Loro adorano Dio e lo cantano, non contano il tempo [...] conservano questa bellezza di Dio al centro». Intuizione ripresa recentemente nell’omelia di una messa celebrata presso la Casa Santa Marta.

Parole che avrebbero certamente incontrato l’approvazione dello scrittore francese, il quale, peraltro, avrebbe apprezzato moltissimo l’accenno sul tempo. Proprio lui che nella Recherche, descrivendo la chiesa di Combray, spiegava come questa avesse «varcato e sconfitto, di campata in campata, di cappella in cappella, non solo qualche metro, ma epoche successive, dalle quali usciva in trionfo». Ecco, nella visione di Proust, la liturgia, come la «cattedrale vivente» con cui essa forma «un tutto unico», è senza tempo, o meglio lo attraversa senza esserne vittima.

Sembrano andare in questo senso anche i due ampi stralci riportati nell’articolo proustiano, tratti da L’art religieux du XIII siècle di Émile Mâle e dal Rational des divins offices di Guillaume Durand, nei quali viene minuziosamente descritto il simbolismo di ogni oggetto, paramento, gesto e canto facenti parte delle celebrazioni; come se in tal modo Proust avesse voluto sottolineare che niente nella santa messa, in cattedrale o in qualsiasi altra chiesa, fosse inutile e datato orpello: si trattasse della «grande celebrazione pasquale» o della semplice «cerimonia quotidiana», tutto quanto previsto dalla tradizione liturgica era non una stratificazione di vecchi e vuoti formalismi accumulatisi in secoli di cristianesimo, bensì continuo, vivo, rimando a Cristo e alle sacre scritture che raccontano la storia del cammino di Dio con l’uomo. Nel Tempo, in ogni tempo.

 

La chiesa di Saint Jacques a Illiers in una cartolina d’epoca. Nella Recherche proustiana la chiesa prenderà il nome di Saint Hilaire.

Ed è davvero sorprendente che, a conclusione dell’articolo, il romanziere abbia mosso il suo accorato appello in favore delle amatissime cattedrali e di tutte «le belle chiese di Francia» tirando in ballo proprio uno dei riti di devozione più semplici e antichi della tradizione cristiana; sicuramente tra i più cari al Popolo di Dio: «Là, dalle balaustre incantevoli di un balcone romanico o dalla soglia misteriosa di un portale gotico socchiuso, che fonde all’oscurità illuminata della chiesa il sole dormiente all’ombra dei grandi alberi che la circondano, noi dobbiamo continuare a vedere la processione che esce dall’ombra multicolore spiovente dagli alberi di pietra della navata e imbocca nella campagna, di tra le colonne tarchiate, sormontate da capitelli di fiori e frutti, quei sentieri dei quali si può dire, come il profeta diceva del Signore: “Tutti i suoi sentieri sono pace”».

 

Chissà che in questo frangente a Proust non fosse tornata alla mente la chiesa del suo paese natale, Saint-Jacques di Illiers, che, seppur con diverso nome, aveva voluto immortalare in Du côté de chez Swann, il primo volume della Recherche di cui si è appena celebrato il centenario della pubblicazione (14 novembre). A quel caro ricordo d’infanzia lo scrittore aveva voluto dedicare alcune tra le pagine più belle e più importanti della sua «cattedrale» di carta e parole, le prime dopo la celebre epifania dellamadeleine, nella quale il Narratore, assaporando il dolcetto francese imbevuto di tè (la petite madeleine appunto), sente riaffiorare dalle profondità del proprio inconscio le figure, gli ambienti e le emozioni d’infanzia. Così, il primo dei ricordi risvegliati dalla «memoria involontaria» va proprio a quella chiesa che «riassumeva la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei ai lontani orizzonti e poi, quando ci si avvicinava, teneva stretti intorno al suo alto manto scuro, in aperta campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, i dorsi grigi e lanosi delle case raccolte»; e, qualche pagina più in là, al suo campanile, i cui pendii di pietra «s’avvicinavano innalzandosi come mani giunte»; e che «inatteso […] s’elevava davanti ai miei occhi come il dito di Dio, nascosto col corpo dentro la folla degli umani senza che per questo io potessi confonderlo con loro».

Si torna a proporre ai genitori e agli educatori la lettura di un libro. Marcel Gauchet è un filosofo e sociologo francese di chiara fama, da sempre impegnato nel campo dell'istruzione. Nel Libro "Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica" (2010, € 12.00, Vita e Pensiero) tenta di illustrare l'idea di figlio e bambino che caratterizza la società contemporanea. Nelle sue riflessioni sono banditi i luoghi comuni tanto cari alla retorica attuale (anche catechistica purtroppo) che spesso conducono ad un vicolo cieco. Qui sotto un articolo di Avvenire (8 settembre 2011) che riporta alcune provocazioni dell'autore sulla scuola.
 
Educazione, autorità cercasi
 
 
La scuola e l’educazione sono in crisi da tempo. E non solo in Italia. Nono­stante le riforme approvate dai singoli Stati - quando vengono varate - tutta l’Europa mostra i segni di un sistema ormai inadeguato se non addirittura disintegrato: gli studenti contestano, le famiglie delegano alle istituzioni il compito di educare i figli, gli insegnanti sono la­sciati da soli e, per di più, né la comunità né lo Stato riconoscono il loro ruolo.
 
È, innanzitutto, una crisi del principio di autorità che pone con urgenza una domanda: come reinventare la scuola? In Francia, sulle colonne del quotidiano Le Monde, lo storico, filosofo e sociologo Marcel Gauchet, docente al “Centre de re­cherches politiques Raymond Aron” presso la “École des Hautes Études en Sciences Sociales”, ha lanciato nei giorni scorsi una serie di riflessioni-provocazioni utili a un confronto anche nel nostro Paese. «La scuola non ha altri mezzi per svolgere la sua funzione se non l’esercizio dell’autorità - afferma Gauchet nel suo intervento - che non significa l’uso della forza o un obbligo istituzionale a imparare, ma si basa soprattutto sul rapporto di fiducia tra l’insegnante e i suoi allievi: e questo oggi è andato perduto; i docenti, infatti, sono la­sciati al loro carisma, lavorano senza una “rete” e senza un chiaro mandato istituzionale; la società, e la loro stessa “amministrazione” li ha abbandonati». «D’altra parte - prosegue lo studioso francese - , anche l’autoritarismo è morto, e proprio qui comincia il problema dell’autorità! Il modello è stato per lungo tempo quello di un’autorità trasmessa dal potere religioso o militare - spiega - ma adesso non è più così». 

Insomma, è su questo fronte che bisogna lavorare di più. Un secondo spunto offerto da Gauchet è questo: «Si è affermata la società della conoscenza ma abbiamo perso di vista la verità della conoscenza. È necessario perciò ritrovare il senso del sapere e della cultura. Non serve solo imparare a leggere e scrivere ma capire quello che si legge e si scrive». Il problema educativo non può essere risolto, dunque, solo affidando le soluzioni agli esperti agli “addetti ai lavori”, sostiene Gauchet, ma è una questione «che riguarda il più alto grado della vita pub­blica e che coinvolge il futuro stesso delle nostre società, non solo i genitori e gli studenti». 

Rinnovare la scuola è, insomma, una sorta di missione collettiva. «Anche se - e qui il giudizio di Gauchet sulla realtà che stiamo vivendo si fa ancora più duro ­abbiamo l’impressione di una società senza guida. Non c’è più “cervello” per cercare di capire cosa sta accadendo: reagiamo, gestiamo, ci adattiamo. Ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è ri­trovare il senso del sapere e della cultura». Altro punto fondamentale del pensiero dello studioso parigino riguarda la funzione da attribuire alla scuola: «Non è una questione economicistica e nemmeno “utilitaristica” - dice - non si può dire, cioè, che si devono insegnare solo le materie che servono, perdendo di vista l’aspetto umanistico. 

Si deve imparare, invece, a pensare. È solo con il pensiero che possiamo avanzare, a tutti i livelli. Questo è l’approccio più efficace. L’illusione del momento, invece, è credere che solo le materie “pratiche” siano le più “efficaci”, abbandonando la dimensione umani­stica ». Marcel Gauchet contesta infine lo slogan, apparentemente libertario, che spesso domina il pensiero di genitori, insegnanti e studenti: «Fai ciò che vuoi». «Dietro a que­sto slogan - sostiene - c’è una premessa ni­chilista: non vi è alcuna utilità nel sapere». Anzi, è esattamente il contrario. Come ribaltare, dunque, questa mentalità?

 

Fulvio Fulvi
Invitiamo alla lettura di un altro libro di uno psicologo analitico (come Massimo Recalcati), la francese Catherine Ternynck. Ne "l'uomo di sabbia" l'autrice offre ai lettori un quadro sorprendente della realtà attuale. Al centro ci sono i soliti temi scottanti della crisi della famiglia, dei meccanismi di gratificazione, della genitorialità, della società dei consumi... ma affrontati con una lucidità che supera i luoghi comuni delle ideologie e delle barricate a difesa dei valori. Di fronte al lettore si svolge l'evoluzione dei comportamenti e delle scelte culturali che hanno generato i nuovi costumi. Sebbene non emerga un quadro positivo della società umanistica (e non potrebbe essere altrimenti), si lasciano le pagine del libro con la consapevolezza che l'uomo è connotato da una profonda comunione con i propri simili nel bene e nel male, e che ora siamo solo ad un livello di un processo senza fine. 
 
Catherine Ternynck, L’uomo di sabbia, individualismo e perdita di sé, Vita e Pensiero, pp. 204, euro 16.
 
Segue un'intervista di "Avvenire" a Catherine Ternynck, pubblicata il 21 febbraio 2013.
 
Ma l'uomo di oggi ha i piedi di sabbia?
 
«Viviamo in un’epoca che cerca di farsi ascoltare anche attraverso coloro che varcano la soglia di uno psicanalista». Catherine Ternynck, francese, ha costruito la propria visione di certe sofferenze tipiche dell’Europa di oggi innanzitutto attraverso l’ascolto di centinaia di "clienti" stesi su un lettino. A proposito del suo ultimo saggio in uscita in Italia,L’uomo di sabbia, individualismo e perdita di sé (Vita e Pensiero, pp. 204, euro 16), la psicanalista racconta che è nato dalla percezione di una trama di fondo, «la distanza crescente fra l’esigenza individualista di performance, o di competenza, e il declino dei valori umanistici». Un divario dalle immediate ricadute sociali: «Almeno in Francia, constato un fossato fra coloro che sembrano adatti per la corsa individualista e gli altri, i quali diventano spesso prede del consumismo e dell’edonismo, come se esistesse una predisposizione per finire ai margini». 

Una predisposizione evidentemente non biologica, chiarisce l’autrice: «C’è chi è cresciuto in un universo abbastanza strutturato e riesce a coniugare individualismo e umanesimo. Ma altri non vi riescono, non avendo integrato l’idea di autorità, di legge, restando perlopiù estranei al simbolico e dunque incapaci di limitarsi». Il titolo del saggio si riferisce a un identikit generico che pare diffondersi nelle nostre società: «L’uomo di sabbia non ha radici solide, è cresciuto su una terra povera, senza humus, dove ad esempio l’autorità ha perduto la propria legittimità, dove i bambini devono issarsi nella vita senza figure disposte a formarli, in un quadro di relazioni filiali disgregate». 

La fragilità delle radici, chiarisce la Ternynck, sembra suscitare una sorta di nuova fobia di fondo: «L’assenza è molto presto assimilata al vuoto assoluto. Dunque, non dobbiamo mancare di nulla, non sopportiamo privazioni e frustrazioni. Eppure, l’assenza è un tassello importante, perché iscriverla nelle nostre vite ci permette di simbolizzare. Ma la divaricazione fra quest’esigenza e quelle dell’economia di mercato diventa lacerante. Per questo, diveniamo malati del troppo, degli eccessi». 

In famiglia, poi, la sfida è quotidiana: «Per i genitori, saper esercitare sui figli una giusta autorità e trasmettere in particolare il senso dei limiti è un dono prezioso. Ciò consentirà più tardi ai figli di divenire autori della propria vita. Ma la nostra società tende implicitamente a colpevolizzare quest’autorità». In questo quadro d’insoddisfazioni che si traducono talora anche in rivendicazioni associative e collettive estreme, certi governi cedono e si lanciano in progetti legislativi più che controversi, come quello sul "matrimonio per tutti" che sta spaccando la Francia. In proposito, la saggista spiega: «Sulla scorta di questo progetto di legge, si considera che ogni persona può detenere al contempo un’identità maschile e femminile. Ma non credo che per la strutturazione di un bambino, una madre che veste i panni di padre sia equivalente rispetto a una coppia tradizionale». In ballo, vi sono questioni di portata antropologica, dato che «il rapporto filiale ha da sempre poggiato su un equilibrio fra la dimensione verticale, quella genealogica, e una dimensione orizzontale, ovvero quella coniugale fra gli sposi». Proprio per questo, sottolinea la Ternynck, «vi sono in Francia tanti psicanalisti anche non credenti che criticano questo progetto di legge come disumanizzante».

Secondo l’autrice, le generazioni attuali pagano probabilmente pure certi effetti imprevisti dei cambiamenti epocali del Dopoguerra: «Il vento libertario conosciuto negli anni Settanta ha finito per rivelare una libertà pesante, per nulla uguale per tutti. L’autonomia si è trasformata in un autonomismo volontarista che può pure sfinire chi è impegnato ogni giorno a costruire la propria traiettoria di vita, a pensarla e a difenderla. Da qui, le frequenti cadute in un individualismo forsennato. Sul piano clinico, ciò può invece accompagnare delle depressioni o il loro rovescio, delle dipendenze di ogni tipo. In un’epoca di presunta autonomia, non si sono mai viste tante persone dipendenti». Ma allora, come arrestare la destrutturazione? In proposito, la Ternynck ammette che è difficile decifrare fra tanti segnali contradditori. Ma esprime almeno una convinzione: «La sfida del XXI secolo consiste nel ritrovare della forza. Probabilmente, reintegrando l’umano, i valori umanistici e spirituali, fra cui anche il rapporto con il male, la colpa, la vulnerabilità. Il male esiste, è in noi, saperlo pensare può rafforzarci. Un vero soggetto si costruisce anche attraverso la vulnerabilità e i fallimenti. La vera libertà fa sempre il paio con il senso di responsabilità».

 

Daniele Zappalà

Presentiamo un libro del teologo milanese Pierangelo Sequeri, "Contro gli idoli postmoderni", Lindau, 2011. Per chi frequenta gli ambienti religiosi don Sequeri è noto soprattutto per gli inni liturgici da lui composti, Tu sei la mia vita, Symbolum 80... oltre alla musica, è preside della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, e, in questa veste, è uno dei più apprezzati pensatori cattolici nel panorama italiano. Nel libretto, "Contro gli idoli postmoderni", l'autore non si esibisce in un trattato di teologia, ma cerca di leggere tra le righe del vivere contemporaneo i fattori che generano malessere e disperazione. Tra i pregi di questo pamphlet ne elenchiamo un paio: l'osservazione che i mali della società contemporanea sono frutto di scelte deliberate della comunità umana e non imprecisate sciagure dovute al caso. I colpevoli hanno nome e cognome e siamo tutti noi, sebbene con grande acutezza Sequeri aggiunga che i mali in oggetto ora sono diventati autonomi e desiderano sacrifici e ricompense per essere soddisfatti, come ogni idolo che si rispetti. Un secondo merito dell'autore è quello di cercare coraggiosamente di sviluppare un rimedio a queste perversioni del vivere civile. 

Un consiglio per la lettura: non si ha a che fare con un articolo di giornale, lo svolgersi dei concetti può apparire complesso e eccessivamente complicato, chi non ha la pazienza di concedersi un accostamento del libro lento e meditato potrebbe intenderlo come una raccolta di aforismi. In ogni caso da non perdere.

Per orientare la lettura vi consigliamo di ascoltare o scaricare l'audio di una conferenza che il prof. Sequeri ha tenuto al Centro pastorale di Cremona sul tema del credere nell'epoca contemporanea (si può consultare l'intero ciclo di incontri "La fatica di credere" sul portale diocesano, www.diocesidicremona.it).

 

 

Segnaliamo a tutti i genitori il nuovo libro di Massimo Recalcati, il complesso di Telemaco, edito presso Feltrinelli. Recalcati è uno psicanalista, tra i più assidui frequentatori in Italia degli scritti dello psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan. Grazie alle sue doti speculative ed alla sua vasta esperienza clinica, offre ai suoi lettori uno sguardo profondo sugli uomini dell'Occidente. Sono celebri le sue riflessioni sui fenomeni umani del desiderio e della paternità.

Riportiamo il testo di un'intervista concessa da Recalcati ad Alessandro Zuccari di Avvenire e pubblicata il 20 marzo 2013.  
 
"Il padre-padrone non c’è più e, in tutta franchezza, non se ne sente la mancanza. Ma questo non significa che alla scomparsa – anzi, all’«evaporazione» – del padre ci si debba rassegnare. Lo psicoanalista Massimo Recalcati lo spiega a partire dalla sua esperienza clinica: «Sempre più spesso – racconta – incontro ragazzi che nutrono una nostalgia struggente per il padre. In questo assomigliano a Telemaco, che attende il ritorno di Ulisse dal mare. Come Telemaco, però, devono trovare il coraggio mettersi in viaggio, affrontando il rischio e la bellezza della ricerca». A due anni di distanza dal fortunato Cosa resta del padre? e a pochi mesi dalla pubblicazione del primo volume del monumentale Jacques Lacan: desiderio, godimento e soggettivazione  (entrambi i libri sono pubblicati da Cortina), Recalcati torna a occuparsi del tema centrale della sua ricerca, vale a dire il rapporto fra le generazioni. Che appariva terribilmente lacerato in Cosa resta del padre? e si mostra invece disponibile a una riconciliazione in questo Il complesso di Telemaco(Feltrinelli, pagine 160, euro 14). Il merito va tutto al figlio di Ulisse, insofferente dei Proci che profanano la reggia con le loro feste insensate. Un godimento mortifero, che Telemaco rifiuta non per un meccanico rispetto verso il genitore assente, ma perché vuole che nella sua vita «vi sia “padre”», come scrive efficacemente Recalcati. «Questa – spiega lo psicoanalista – è la figura dell’erede giusto».

E le alternative quali sarebbero?
«Quelle che conosciamo da Freud in poi. Edipo, anzitutto, per il quale il conflitto con il padre implica l’incapacità di riconoscersi come figlio. La differenza tra le generazioni è riconosciuta, ma non assunta come elemento dinamico, vitale. Tanto è vero che nel passaggio successivo, l’Anti-Edipo teorizzato da Deleuze e Guattari, il rifiuto del padre assume una connotazione ideologica, che sfocia nel mito dell’autogenerazione: basta, facciamola finita con il padre, ciascuno diventi il padre di se stesso. È l’illusione di poter cancellare il debito, la provenienza, in una parola quella “mancanza” che, per Lacan, rappresenta il nucleo stesso dell’esperienza umana».

Edipo e Anti-Edipo sono gli avversari di Telemaco?
«Il nostro, in realtà, è anche il tempo di Narciso, secondo una deriva che lo stesso Deleuze aveva intuito in una fase successiva della sua riflessione. L’evaporazione del padre, infatti, avviene sullo sfondo della contestazione giovanile degli anni Sessanta e porta al superamento di una figura paterna tutta sbilanciata sul versante normativo. Il padre con il bastone, potremmo dire. Il problema è che nel frattempo è intervenuto quello che Lacan definiva, in modo allusivo, “il discorso del capitalista”. In questo modo la pretesa di autogenerazione, già caratteristica dell’Anti-Edipo, si è tradotta nel mito di Narciso, che rovescia il rapporto simbolico tra le generazioni. Non si accontenta di disobbedire alle leggi della famiglia, ma pretende di imporre il proprio capriccio come legge alla famiglia».

Qual è la principale virtù di Telemaco?
«Il fatto di offrire un modello costruttivo, non nichilista. Il suo atteggiamento ci mostra come l’atto di ereditare non si esaurisca mai in un travaso di beni, o di geni, ma implichi la necessità di mettersi in moto, di affrontare il rischio».

Potrebbe sembrare una figura solitaria...
«Il giusto erede è, in primo luogo, un orfano, se non altro perché mette in conto l’eventualità di perdersi. Oggi nessuno è destinato a ereditare un regno e i giovani, in particolare, si trovano a misurarsi con un mondo in costante pericolo. Ma questa è, appunto, la condizione di ogni erede. Quello che ci viene trasmesso è sempre un vuoto, nulla e nessuno garantisce mai che la felicità alla quale la nostra esistenza aspira sia veramente soddisfatta».

Mi scusi, ma allora qual è l’eredità che i padri possono mettere a disposizione?
«Mai come in questo momento la paternità è questione di testimonianza. Da articolare in tre momenti cruciali: l’atto, ossia la capacità di incarnare nelle proprie azioni un desiderio che si trasmette per contagio; la fede, intesa come fiducia nel desiderio che il figlio nutre per sé; la promessa, che è il gesto di chi indica l’esistenza di un orizzonte di autentica libertà. Il padre deve saper promettere che, se ci si mette in movimento come ha fatto Telemaco, si può incontrare una forma di godimento assai più ricca e gratificante rispetto a quella che la società attuale cerca di imporci».

Esiste un padre così?
«Pensi a quello che è accaduto al Pontificato nelle scorse settimane. Sia Benedetto XVI, con la sua rinuncia, sia Papa Francesco, con quella sorta di genuflessione al contrario compiuta davanti al popolo che lo acclamava, hanno dimostrato che è possibile andare al di là dell’evaporazione del padre. Se davvero il grande timore della contemporaneità è quello, denunciato da Nanni Moretti in Habemus Papam, che perfino il Papa resti senza parole, l’unico modo di rifondare il simbolo sta nella concretezza della testimonianza. Questa è la vera funzione educativa che anche i genitori possono svolgere: testimoniare. O, meglio, fare in modo che i figli incontrino finalmente un testimone»."

 

Sotto è possibile scaricare anche il file audio di una conferenza tenuta nel 2012 da Recalcati al Convegno annuale promosso dalla facoltà teologica dell'Italia settentrionale di Milano. Il titolo del convegno era Di generazione in generazione. La trasmissione dell'umano nell'orizzonte della fede, mentre il titolo dell'intervento di Recalcati Cosa significa ereditare? Paternità e trasmissione del desiderio. 


Il confronto con i temi svolti è di buon auspicio per tutti coloro che vogliono essere genitori e figli oltre i triti luoghi comuni.


Il gruppo teatro adulti ha proposto a tutta la comunità una via crucis in vista della Pasqua. Venerdì 22 marzo lungo le strade che da Santa Maria portano a san Pietro le 14 stazioni sono state rivisitate inserendo riflessioni di alcuni martiri cristiani dell'epoca attuale.

Si è tenuto giovedì 14 marzo nell'aula magna dell'istituto don Bosco un incontro pubblico sul tema "La scuola può essere culturalmente neutra?". Il relatore della serata è stato il prof. Sante Maletta di Cremona. L'incontro è stato organizzato dalla commissione scuola della Zona XI coordinata da don Fabio Sozzi, vicario parrocchiale a San Pietro.

 

Avvisi Settimanali

   ->Avvisi 8/09/2019

   ->Archivio Avvisi

Orari delle SS. Messe

 S. Messe Festive

Ore 8.00 - S.Pietro

Ore 9.00 - S. Martino

Ore 10.00 - S. Pietro

Ore 10.30 - Castello

Ore 11.15 . Buzzoletto

Ore 11.30 - S. Maria

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

S. Messe Festive del sabato

Ore18.00 - S. Pietro

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

 S. Messe Feriali 

Ore 7.00 - Cappella delle suore di S. Pietro

Ore 7.30 - S. Maria

Ore 9.00 - S. Rocco

Ore 18.00 - S. Pietro 

Ore 18.30 - Castello Tutti i giorni (inv. 18.00)

Ore 20.30 - San Rocco solo il primo giovedì del mese

Confessioni: venerdì dalle ore 9.15 alle 11.15 In Castello e sabato dalle ore 16.00 alle 17.30 a San Pietro.

Bisogni Caritas

I volontari della Caritas sono in sede (dietro la caserma dei Carabinieri di Viadana, ex-villaggio) tutti i sabati dalle 14.30 alle 17.30. Attualmente c'è necessità di generi alimentari a lunga conservazione: pasta, latte, olio, zucchero, farina bianca, legumi e conserve, biscotti.