In questa sezione del sito si trova una raccolta di brani di scrittori contemporanei che si confrontano con la figura del prete. Un piccolo contributo alla riflessione sul ministero ordinato e alla preghiera per i preti in questa epoca segnata da una drammatica crisi di vocazioni al sacerdozio, nella consapevolezza che la letteratura spesso anticipa, istruisce e soprattutto esplicita nitidamente il sentire comune.

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Da non perdere questo libretto di memorie di don Luigi Pozzoli ("L'abito rosso", Libri scheiwiller, Milano, 2003, 140 pagine), prete milanese morto nel 2011. Un breve diario della propria vita dove trovano un posto speciale i ricordi della fanciullezza e degli anni di seminario. Caratterizzata da una prosa impeccabile, la narrazione ci offre un'icona del cristianesimo lombardo non maggioritaria, ma nemmeno unica, che unisce alla propria inesausta testimonianza di fede una volontà demitizzante nei confronti di tutto quanto appare superfluo e accessorio. Nel capitolo che qui si offre alla lettura (Monsignore ha avuto una vocazione, pag. 50-66)  si trova una descrizione del "senso di pietà" di un adolescente a tratti insuperabile.

Monsignore ha avuto una vocazione

Tante volte aveva sentito parlare di vocazione.

E quando il discorso riguardava quella particolare vocazione che l'avrebbe portato in seminario, c'era sempre almeno l'accenno a una voce che si sarebbe fatta sentire nel cuore o a un'ispirazione che per vie misteriose avrebbe fatto maturare quella decisione.

Si è domandato più volte in seguito se mai quella voce l'avesse avvertita e ogni volta restava mortificato: quello che per altri doveva risultare facilmente accerta-bile, in lui non aveva lasciato alcuna traccia.

Perché aveva deciso di entrare in seminario? Quando mai aveva sentito una voce che lo chiamasse a quella scelta?

Un giorno - era già parroco da diversi anni - si è trovato nella casa generalizia di una congregazione religiosa femminile e davanti a un gruppo di novizie si è concesso questa confidenza: «La mia vocazione? Non so proprio come sia nata.

E d'altra parte si sa che le vie del Signore sono infinite.

In qualche momento, guardando a quegli anni lontani, ho perfino l'impressione che il Signore abbia voluto prendermi per la gola.

Mi spiego. Nel paese dove abitavo esisteva un seminario minore e quindi non era difficile vedere i piccoli seminaristi a passeggio, incolonnati su tre file, o anche, nei mesi estivi, utilizzare il cortile dell'oratorio per la loro ricreazione.

Mi ha colpito allora un rituale che a me era totalmente sconosciuto e di cui non conoscevo nemmeno la parola: merenda.

A un certo punto il gioco veniva interrotto, i seminaristi si raccoglievano in un angolo del cortile e qui a ciascuno veniva data una grossa pagnotta con una tavoletta di cioccolato e un cubetto - lo vedo ancora di quella marmellata solida, appiccicosa, avvolta in un velo di carta trasparente, che poi avrei saputo trattarsi di cotognata.

I miei occhi di bambino famelico devono essere ri-masti particolarmente abbagliati.

Ecco perché penso di essere stato preso per la gola».

Le novizie hanno sorriso. Non così le varie madri superiore che pure erano presenti e che forse si aspettavano, giustamente, un discorso più edificante.

Monsignore ricorda, en passant, che avendo confidato la stessa storiella agli amici Lillo e Bice Santucci, ogni anno da allora (l'avesse fatto prima!) ebbe in omaggio il giorno del suo compleanno una confezione di cioccolato e di cotognata della meglio pasticceria di Milano con un amabile biglietto come questo:

Lode a te, Santa Cotognata,

che suscitasti tanta VOCAZIONE, ed a te pur, Virtuosa Cioccolata,

che quando il mio Luigi era garzone lo pilotasti per la retta via

che adduce ai fasti della sacrestia.

Davver dire possiam che infinite

son del Signor le vie, se una merenda bastò a destar nel fanciulletto mite

tal decision mistica e stupenda,

se sol sentendo l'acquolina in bocca la chiamata di Dio talvolta scocca!

o Provvidenza saggia ed infinita! se non ti avesse preso per la gola

or non avremmo il nostro archimandrita, privi saremmo della sua PAROLA,

fantasmi vacillanti in ombre vane, immersi nelle tenebre pagane ...

Oggi che ci svelasti il Gran Segreto

di quando Cristo ti chiamò al suo altare, il nostro cuor, ringalluzzito e lieto,

vuoI la tua vocazion rinnovellare.

Farti allor tale omaggio ben si addice, oggi, dai tuoi devoti Lillo e Bice.

È un fatto che, colpa o merito della gola, si è trovato in seminario scontando immediatamente l'origine piuttosto spuria della sua vocazione perché di merenda (era finita solo da pochi mesi la guerra), neppure l'ombra.

Gli è capitato di avere sotto gli occhi recentemente una foto del refettorio del seminario, risalente a quegli anni (un rettangolo enorme con tavolate parallele di-sposte su tre file e al centro il pulpito di legno da cui, mentre si consumavano i pasti, qualcuno leggeva pagine edificanti nel silenzio più assoluto cosÌ che a nessuno fosse concesso di lamentarsi per quello che veniva servito in tavola) e gli è parso di poter riconoscere ancora il posto che gli venne assegnato quel giorno, il primo giorno della sua vita da pretino.

Se scarsi allora erano i nutrimenti corporali, estremamente abbondanti erano invece quelli spirituali.

Si scendeva in cappella il mattino presto, intabarrati d'inverno ciascuno nel proprio mantello per affrontare in qualche modo un freddo da brividi, si ascoltava una meditazione di mezz' ora dettata dal padre spirituale, si assisteva poi alla messa, si diceva una breve preghiera prima dei pasti e prima di iniziare la lezione, si pregava anche quando dal cortile si raggiungeva lungo uno scaIone enorme il piano delle aule.

«De profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem meam» intonavano i tre della prima fila, tra i quali non poteva mancare il nostro futuro Monsignore, non appena mettevano piede sui primi gradini. E alle spalle tutta la classe, ansimando ancora per qualche corsa da poco troncata, attaccava in coro i versetti seguenti.

Era un modo per favorire la preghiera o un semplice accorgimento disciplinare per impedire che si scambiassero parole inutili?

È certo comunque che le voci sotto le volte immense dello scalone prendevano echi dilatati, sonorità strane e inquietanti come se venissero dalle regioni dell'oltretomba.

E l'angoscia che già a volte pesava sul cuore (senso di solitudine, fatica della disciplina, voglia di piangere silenziosamente ...) entrava in risonanza con il pensiero di quel de profundis da cui saliva, come un'urgenza da non poter soffocare, quel patetico implorante clamavi.

Il pensiero della morte del resto non ti abbandonava mai, a partire dai primi tre giorni di seminario dedicati agli esercizi spirituali, in cui non mancava l'apparecchio alla buona morte, fin dentro le aule scolastiche, se è vero, come è vero, che il primo tema che Monsignore dovette svolgere era così formulato: "Un bel morir tutta la vita onora".

Ma le difficoltà di adattamento, per il nuovo seminarista, più che al tempo sovrabbondante della preghiera o alla severità di una certa disciplina, erano legate ad alcuni adempimenti per i quali provava non poca resistenza.

"È fatta proibizione di parlare in dialetto"; "È proibito tenere le mani in tasca"; "Non toccare, non toccarsi, non lasciarsi toccare"; "Le amicizie particolari sono la peste della comunità".

Queste e altre norme non gli davano particolare fastidio (anche se non riusciva a capire perché non mettere le mani in tasca quando non c'era altro modo per difendersi dal freddo), ma i suoi problemi incomincia-vano quando si trattava di avvicinare la figura del confessore che era anche padre spirituale.

Già l'impatto con i tre giorni di esercizi spirituali appena entrato in seminario 1'aveva scosso non poco.

C'era il rovello continuo del peccato mortale a cui si legava il rischio dell'inferno, e lui qualche timore l'aveva, forse più degli altri.

Aveva appena trascorso due mesi estivi presso una famiglia protestante a Walterswill in Svizzera, dove i suoi l'avevano mandato sia per sfruttare un'opportunità messa a disposizione della scuola, sia, forse, per snebbiargli un po' la mente visto che aveva intenzione di entrare in seminario.

In quel piccolo paese del Bernese la chiesa cattolica non esisteva.

C'era soltanto una piccola chiesa protestante dove non osava entrare (sarebbe stato peccato), limitandosi a sostare nei pressi, estasiato dalle deliziose melodie che l'organo diffondeva in certe ore della giornata.

Come avrebbe potuto ascoltare la messa tutte le domeniche per non venir meno a quella fedeltà che durava ininterrottamente, dagli anni ormai lontani dell'infanzia?

Le sue insistenze gli valsero che la prima domenica fosse accompagnato in treno a Utwill, una cittadina poco distante, dove una chiesa cattolica esisteva, ma per le altre domeniche non si facesse più illusioni.

Certo non si era rassegnato subito, se la seconda domenica prendeva l'iniziativa, senza dire nulla a nessuno, di andare alla stazione più vicina e di aspettare il treno che l'avrebbe portato a Utwill.

Dopo questa trasgressione, sottolineata al ritorno da una severità per lui incomprensibile (ma come era dolce la fierezza di soffrire per la propria fede!), dovette rassegnarsi per forza maturando d'altra parte sensi di colpa sempre più marcati.

Perdere la messa voleva dire peccato mortale e lui entrava in seminario con diversi peccati mortali sull' a-nima.

Cosa avrebbe potuto dire il confessore nel raccogliere tutta la sua situazione di peccato e di vergogna?

Da allora la confessione gli ha sempre creato qualche problema per cui il giovedì, giorno che per lunga tradizione era consacrato al pediluvio e alla confessione, pur essendo giorno di vacanza, non era per lui uno dei giorni migliori.

Lo metteva pure a disagio il fatto che molti suoi compagni, entrati in seminario prima di lui, avessero l'abitudine al mattino, invece di scendere subito in cappella, di passare dal padre spirituale per la cosiddetta riconciliazione.

Non riusciva a capire di che cosa si trattasse e quando ha tentato di avere spiegazioni non ha ottenuto mai i chiarimenti desiderati.

Se era una confessione, non bastava quella del giovedì? E se non era una confessione, che altro era?

Poi finalmente avrebbe capito.

I penitenti del mattino erano compagni che, avendo una coscienza meglio educata della sua, sentivano la necessità di vedersi cancellate anche quelle piccole ombre che nel frattempo (non era forse vero che di notte il diavolo si aggira quaerens quem devoret?) potevano aver offuscato un poco il candore della loro anima.

Quella volta la colpa, più che del diavolo, era stata del cavallo del seminario il quale, sorpreso in qualche atteggiamento poco decoroso, aveva provocato al mattino una particolare ressa davanti allo studio del padre spirituale tanto che questi, infastidito dal ripetersi della stessa confessione, era uscito a un certo punto dal suo studio, ancora con la stola violacea sulle spalle, ingiungendo con voce decisa: «Tutti quelli del cavallo, subito in cappella!». Sul diavolo comunque il padre spirituale aveva le sue convinzioni precise, se non passava mese senza che, durante la meditazione, confidasse con aria accorata: «Ho sognato che in mezzo a voi il diavolo ha trovato qualcuno con cui se la intende bene, come se fosse a casa sua».

Era allora come uno scrutarsi a vicenda per domandarsi in preda alla paura: «Chi sarà mai?»

Le apprensioni maggiori si pativano però nel periodo che precedeva la quaresima, quando il padre spirituale, in vista dell'esame di vocazione che ciascuno avrebbe dovuto sostenere, trattava ogni giorno uno dei cosiddetti "segni di vocazione" che era indispensabile possedere.

C'era chi si preparava a sostenere l'esame appellandosi alle preghiere di qualche nonna particolarmente devota o di qualche zia suora.

Il nostro futuro Monsignore non sapeva a chi rivolgersi, anche perché non aveva particolare famigliarità con questi sottili canali della grazia e d'altra parte non aveva dimenticato che, a casa sua e in paese, c'era ancora chi si domandava come avesse potuto entrare in seminario.

«Se vuoi tornare a casa, basta dirlo», gli aveva detto il papà la prima domenica di visita concessa dal regolamento.

È un fatto che doveva attraversare il momento della prova con le sole sue forze, lasciandosi graffiare da certi esami di coscienza che rappresentavano una vera tortura.

Per la verità, c'erano anche mattine di tutto riposo. Se il segno di vocazione riguardava la salute, poteva passare quella mezz'ora respirando tranquillamente, senza perdere la propria serenità: era sì un po' piccolo di statura, ma sulla sana costituzione ci poteva giurare.

Anche il capitolo studi non lasciava alcuna traccia di timore.

Le complicazioni incominciavano dopo, quando si affrontavano voci più impegnative come quelle della purezza, della docilità, dello spirito ecclesiastico.

Lo spirito ecclesiastico in particolare risultava per lui una voce tormentosa perché, mentre il padre spirituale ne sottolineava con energia l'assoluta necessità, gli riusciva difficile capire di che cosa precisamente si trattasse.

Cos'era? Un fluido, un'immagine interiore dai contorni indefiniti, un'attitudine non meglio precisata?

Sapeva solo che senza spirito ecclesiastico non sarebbe stato possibile superare l'esame previsto.

Tempi duri, quindi, quelli che preparavano alla quaresima.

C'è però una cosa che Monsignore, a questo punto, sente di dover aggiungere per correggere qualche impressione sbagliata: forse non si è mai divertito tanto come in quei due anni passati nel seminario minore.

Più che i pochi film (erano un avvenimento: La damigella di Bard, Bernadette, uno su Robin Hood...), ricorda ancora con nostalgia certe rappresentazioni teatrali preparate dalle diverse classi.

È stato durante una di questa rappresentazioni che egli si vide negata (dal destino?) la possibilità di esprimere tutto il suo talento teatrale.

Aveva per la verità una parte secondaria nei Ragazzi della Via Pal, alla fine del secondo atto.

Se non che, quando sulla scena scoppiò la lite furibonda tra le due opposte fazioni, fu tale l'accanimento con cui ci si impegnò nello scagliare palle di segatura che ad un certo punto tutto il fondale, che rappresentava una grande catasta di legna, si afflosciò miseramente al suolo tanto da indurre qualcuno a chiudere precipitosamente il sipario.

Problema: da che punto riprendere?

Si decise di riprendere, naturalmente, dal terzo atto, sacrificando per sempre proprio quella parte in cui il Nostro avrebbe dovuto dare prova del suo talento. «Fthonos ton theon», avrebbe detto se la cosa gli

fosse capitata in liceo.

Ma gli dei gli erano benevoli se si pensa al risarcimento che ebbe quando venne rappresentato il Guglielmo Tell, quella volta all' aperto, nello spazio antistante la grotta di Lourdes.

A un suo compagno era stata affidata allora una parte essenziale anche se estremamente concisa. Si trattava, entrando in scena, di annunciare con aria sgomenta: «Fuggì!»

Ma poiché una perniciosa cantilena rischiava di tra-sformare un annuncio drammatico in una battuta esilarante, si pensò di rimediare invitandolo a dire, invece che «Fuggì!», «È fuggito!»

Nulla da fare: la cantilena persisteva, incorreggibile. Fu allora che il povero attore venne declassato a manovale della "squadra della tempesta" (era la squadra che, agitando la cima di grossi cedri mediante funi debitamente occultate, simulava ad un certo punto lo scatenarsi della tempesta), mentre a lui toccò l'onore di subentrare nel sostenere quella parte così delicata.

Cose da niente, si dirà, non meritevoli di alcuna menzione, ma le risate allora non mancavano, eccome, come quando, nel bel mezzo di una rappresentazione, un professore che sedeva nella fila centrale riservata ai superiori - era alto, magro, decisamente ieratico - si è alzato con fare compunto, si è portato al centro del passaggio centrale a mani giunte e, credendo di essere in chiesa, ha fatto una genuflessione profonda verso il palco guadagnando l'uscita tra uno scoppiettio di ilarità.

Certo allora bastava poco a creare un momento di distensione, ma va anche detto che queste occasioni minimali erano numerose, disseminate durante le lezioni (indimenticabile quella volta che il professore, preso alla sprovvista: «Professore, che cosa è un condor?» rispose senza battere ciglio: «Come? Non sapete che è un grosso vitello argentino?») o in refettorio (bastava che il lettore inciampasse su qualche parola) e perfino in cappella se per caso al compagno sacrestano capitava qualche piccolo infortunio sul lavoro.

Il dormitorio, alla fine della giornata, raccoglieva perciò una truppa di pretini reduci e spossati da tante emozioni, che certo non avevano avuto modo di annoiarsi durante la giornata.

In quei cameroni enormi (quanti letti ci potevano stare?) ciascuno raggiungeva il proprio piccolo spazio, tra letto e letto, e lì cominciava a togliersi le scarpe, le calze, i pantaloni, sempre tenendosi addosso la veste nera, quindi dava la scalata alletto e, attento a non offendere il pudore, si infilava sotto le coperte rigorosamente rimboccate, finalmente si slacciava e si sfilava la veste che poi, con una mossa molto abile (i più devoti dopo averla baciata) lasciava che si distendesse sopra il letto.

Si vedevano allora in successione queste montagnole nere che si agitavano ancora un poco fino a quando, spente tutte le luci, sempre nel più assoluto silenzio, tutta la vita si placava in un sonno ristoratore.

Capitava talvolta che qualcuno vaneggiando gridasse: «Mamma!», ma c'era ad una parete, a vegliare su tutti, un'immagine della Madonna rischiarata da una luce azzurrognola i cui riverberi soffusi alleggerivano la profondità della notte. Quando si è svegliato la prima volta nel seminario maggiore che ospitava liceo e teologia, si è trovato sempre in un grande camerone, ma con addosso un pigiama.

TI pigiama era la prima grande novità.

Non che tutti lo portassero (anzi i primi a usarlo erano osservati come esseri strani e un po' mondani, destinati a non durare molto tra le mura del seminario), ma intanto il pigiama si imponeva come segno di un promettente cambiamento che la vita liceale avrebbe riservato ai nuovi arrivati.

Basta con l'obbligo di muoversi sempre incolonnati, basta con certe proibizioni tra cui quella di usare la bicicletta considerata fino a quel momento un mezzo disdicevole alla dignità dell’abito sacro che si portava.

Rimaneva sempre l'obbligo di non togliersi la veste, anche giocando a pallone (con quale abilità si attorcigliavano in vita i due capi estremi in modo da avere libertà di movimento), ma l'atmosfera sembrava più sciolta e respirabile. Rimanevano ancora gli esami di vocazione, le confessioni settimanali, le lunghe ore da passare in chiesa, ma le motivazioni si erano fatte più forti e gli adempimenti meno coercitivi.

Per quanto riguarda la preghiera Monsignore ricorda momenti di noia, ma anche momenti di struggente tenerezza.

Quando in seguito gli è capitato di leggere nella Noia di Moravia: «Nelle chiese la gente si annoia non si sa quanto. Guardali mentre stanno in chiesa, vedrai che non ce n'è uno solo che non si annoi da morire» e che anche preti e suore danno l'impressione di annoiarsi, non ha avuto dubbi ad ammetterlo: anche lui questa noia l'aveva conosciuta.

Noia - ricorda ancora - di quando, a metà pomeriggio della domenica, si cantavano i Vespri nella grande basilica del seminario, Vespri interminabili, perché sul finire c'era sempre qualcuno che intonava una sallenda per ogni santo del giorno, e di santi ce n'erano sempre troppi (e intanto, fuori, i grandi corridoi erano pieni di sole e dal bosco salivano soffi impregnati di resina, e la vita cantava, giù dal lungo pendio erboso, verso il paese ...).

Ma c'erano anche momenti in cui gli capitava di essere sorpreso, durante la preghiera comunitaria, da una commozione improvvisa, inesprimibile, come se dentro piangesse lacrime dolci e pure, tali da sciogliere ogni tristezza o da lavare via dal cuore ogni ombra. Forse era una grazia concessa - risarcimento o ammonimento? - a chi molto si era prima annoiato.

Alla sera in cappella, mentre fuori già era scomparsa ogni traccia di luce, si cantava, a conclusione della preghiera serale: «Qui, presso a Te, Signor, restar voglio ...»

Oppure;

«Tu mi guardi, dalla Croce, questa sera, mio Signor,

e, intanto, la tua voce

mi sussurra: Dammi il cuor!».

Avvertiva allora come una malinconia accorata per l'intrecciarsi e il macerarsi dentro di sentimenti diversi: l'estenuarsi della volontà, la coscienza dell'effimero, il bisogno di affetti, i turbamenti morali e il desiderio di abbandonarsi ad una grande, dolcissima pietà.

Una melodia suadente, insieme alle parole, contribuiva a creare una specie di rapimento estatico, aperto alle seduzioni di una pace immemoriale.

È stato forse nel ricordo di questi momenti che una volta ha potuto scrivere nel suo diario: «Sono tentato di pensare che un giorno il Signore non ci chiederà conto per i momenti di noia, ma ci chiederà: Hai provato qualche volta a gustare la bellezza dei misteri della fede, celebrati nella lode e nella dolcezza della speranza?

Non ti è mai capitato di piangere o di sentirti quasi

mancare per una sovrabbondanza di gioia?

Ho il cuore in pace. Forse i conti tornano.

Ma vincerà fino alla fine lo stupore sulla noia?».

Un racconto inedito, scovato su internet, per avere informazioni scrivi all'indirizzo e-mail: oratorio.castello@libero.

Quanto durano i miracoli?

Quello era stato proprio un miracolo, uno di quelli da raccontare sottovoce ovviamente, non come quelli di Lourdes, però sempre un miracolo, almeno per lui. Ci sono momenti nella vita in cui sembra proprio di navigare a gonfie vele e tutto è possibile, anche i miracoli, quei momenti in cui tutto è illuminato. Dopo l’incidente il prete era corso all’ospedale da quel ragazzino che era in fin di vita, il figlio del Carabiniere. In quelle circostanze non era disinvolto, magari all’apparenza recitava la sua parte, ma tra i suoi sentimenti affiorava un fastidio per la necessità di dover affrontare una situazione così complicata, e se il ragazzino fosse morto, quale sarebbe stata la reazione dei genitori? E se l’avessero aggredito. Tutti quei pensieri si placarono quando la nonna del malcapitato lo invitò a benedire un rosario che avrebbe collocato accanto al letto del bambino, lo benedisse nonostante l’affiorare del senso di colpa perchè di rosari non ne snocciolava molti, e nel gesto della benedizione sentì un’emozione fortissima da lucidargli gli occhi. Non disse niente a nessuno di tutto l’accaduto, si sa mai. Quando dopo una settimana gli arrivò la notizia che il bambino stava piuttosto bene e che una buona convalescenza avrebbe risolto tutto, non mancò di correre in sagrestia per attivare le campane a festa. Alla Messa di ringraziamento, voluta dai genitori che già avevano aderito al pellegrinaggio parrocchiale ad un santuario della diocesi, sentì la necessità di rivelare pubblicamente la grazia di cui era stato testimone e, in parte, per una porzione infinitesimale, ma comunque indispensabile, tramite. Si era sentito finalmente prete dopo anni di oratorio, feste, Catechismo mal sopportato, riunioni inutili, progetti pastorali disattesi perché c’era un popolo davanti a lui che aveva capito il suo ruolo. Finalmente la sua vita serviva a qualcosa, e questa volta non si trattava di organizzare gite. Dopo l’orazione conclusiva della Messa, estrasse un foglietto da una tasca e cominciò a leggervi: “alle 9.30 di martedì mi sono recato all’ospedale con un grande peso nel cuore perché sapevo che Carmelo stava lottando con la morte. Incontro il papà, mi colpisce la sua compostezza, il dolore è tanto ma la speranza non manca, un coraggio che deriva dall’abbandono in Dio. La nonna si avvicina a me e sottovoce mi chiede il favore di benedire una corona del Rosario mandatagli dal fratello in quella tragica circostanza. Dopo la benedizione mi supplica di avvicinarmi al letto di Carmelo per collocarvi il rosario. Li per lì mi trovo in imbarazzo, ho sempre pensato che Dio non abbia bisogno di questi gesti per intervenire, ma capisco che il vero ostacolo è la mia povera fede. L’epilogo lo conoscete pure voi, domani Carmelo tornerà a scuola. La Vergine ha esaudito le preghiere di un povero sacerdote e di una nonna? Maria è sempre accanto a noi proprio per questo, come diceva san Bernardo” ... l’applauso che seguì le parole del parroco fu tale da emozionarlo ancora una volta e tornò in sagrestia senza nemmeno adempiere ai riti conclusivi della messa.

Quando succedevano quelle cose il parroco cercava di far di tutto perché nessuno lo scoprisse, l’umiliazione era troppo violenta, di lì a qualche ora la gente avrebbe iniziato ad affollare il salone parrocchiale. Con la scopa non ce la faceva perché al più leggero movimento si alzava e si spargeva tutt’intorno, così pensò di raccogliere la polvere dell’estintore con uno straccio umido, ce n’era dappertutto. Quella strana sostanza a contatto con l’acqua dapprima cambiò colore divenendo giallastra e poi si tramutò in un biscione colloso che lasciava ovunque tracce bavose. Le lacrime agli occhi erano il segno della rabbia che montava, non era la prima volta che quel terrone di Carmelo gliene combinava una … “i miracoli durano troppo poco”, pensò.

Un racconto inedito, scovato su internet, per avere informazioni scrivi all'indirizzo e-mail: oratorio.castello@libero.

Il Concilio.

Non riusciva a capire perché il vescovo glielo avesse mandato, gli amici preti gli dicevano che fosse stato collocato lì perché gli desse una registrata, ma con quello si poteva fare solo un esorcismo. Gli si era presentato con la veste talare e il tricorno, e dopo una fugace presentazione non potè evitare di accennare al fatto che lui nel ’71, in seminario, aveva inscenato un “recital” nel quale ne veniva bruciato uno, di copricapo tricorno. Il tono con cui riferiva a quel giovane prete l’episodio aveva un accento bellicoso, sembrava quasi uno strappo in quel primo incontro tutto sommato cordiale. Non fu l’ultimo strappo in quei primi mesi di collaborazione e gli venne pure il sospetto che il Vescovo gli avesse mandato quell’aiuto non per rieducarlo, ma perché lui stesso riformasse il suo modo di intendere il ministero. Perché gli nacque quel pensiero con tutto il corredo di sentimenti di odio e rabbia? Un po’ perché come tutti i suoi contemporanei maneggiava con superficialità i sentimenti e un po’ perché quel giovane prete era del tutto irreformabile, come la testa dei suoi Parrocchiani. Certo che quel vescovo – un vescovo generalmente non ha immaginazione e poco gli interessa di scegliere “le persone giuste al posto giusto”, si accontenta di nominarle - non poteva immaginare quello che lui aveva testimoniato per quarant’anni, ovvero una chiesa nuova, una chiesa libera, in dialogo con il mondo, ma non il dialogo dei tiepidi, il dialogo di un uomo in cammino con un popolo che si apre alla verità. Erano stati anni di impegno e militanza, anni di riflessione, e le quaresime con la Bibbia in mano che neanche Lutero … e quando gli altri andavano in pellegrinaggio ai santuari lui andava in Israele, e quando gli altri andavano in terra santa lui andava in missione in Africa con i giovani, non tanti, ma comunque una profezia. E la liturgia, magari pensavano in curia che lui non se ne intendesse, ma lui l’aveva studiata, quella del concilio. Aveva più lettori la sua Parrocchia del Duomo.

Alla comunione sacerdotale ci credeva e insieme a lui avevano intrapreso i primi passi nel ministero dei preti che erano per tutto il presbiterio esempio di intelligenza pastorale, tanto che ad ogni cambio di educatori del seminario si faceva il suo nome. Ed ora c’era quel prete con cui collaborare. Nei primi mesi in parrocchia erano lievitate le sue dimensioni fisiche, si diceva in giro che avesse già cambiato due vesti talari perché non ci stava più dentro. Parroco e collaboratore non si frequentavano molto perché entrambi vivevano in case separate e il parroco aveva in casa la mamma, ormai anziana, che non poteva certo sopportare il peso di far da mangiare ad entrambi. All’inizio il più vecchio si era preoccupato per il suo collaboratore, si stava interessando, molto lentamente in verità, per trovare chi si occupasse della pulizia del suo alloggio e del vitto, ma, dopo che il prete novello in una predica aveva invocato la Messa in latino come rimedio alla tiepidezza dei preti e aveva raccolto intorno a sé i cristiani più tradizionalisti dei paraggi, iniziò a godere dei pettegolezzi e delle fatiche di quel giovane confratello. Presto dimenticò che quel tale prete era comunque la persona in paese più vicina a Lui in termini culturali ed iniziò a ritenerlo il più grande impedimento alla Rivelazione del vangelo nel mondo contemporaneo.

Cos’è la mamma per un prete? Beh intanto è la donna più importante della sua vita, e le donne sono fondamentali per ogni uomo anche per i preti. È l’unica donna alla quale può affidare pensieri e sentimenti senza la paura di innescare strani meccanismi. Insomma la mamma non la si può nemmeno paragonare alle altre donne, siano esse suore, catechiste, sacriste, estimatrici munifiche … può essere sostituita solo da Dio. La mamma del parroco morì il giorno dopo Natale, era sempre stata una rompiscatole e non accontentava mai del tutto il figlio. Ce n’erano di giorni per morire, meno intasati di celebrazioni e appuntamenti. Era arrabbiato con lei, quella sera, quando si ritrovò al tavolo della cucina a piangere, era arrabbiato con Dio perché era sempre complice di questi “simpatici” enigmi della vita ed era arrabbiato anche con sé perché aveva paura e non riusciva a cacciare il pensiero che quelle mani che l’avevano sostenuto e accarezzato, ormai fredde, si stavano decomponendo. La Risurrezione di Gesù in quella sera sembrava una truffa. Suonò il campanello, aprì la porta, entrò il giovane collaboratore, “don, che ne dice se andiamo a mangiare una pizza … dopo tutto è il primo dell’anno”.

 

Rodolfo Doni dimostra in questo romanzo in due parti (Servo inutile, Selezione narrativa polistampa, 13 euro) di non aver frequentato invano gli ambienti ecclesiali italiani del postconcilio. Alcuni paragrafi vanno al di là dei luoghi comuni religiosi (il prete funzionario del sacro, il prete attivista, l'obbedienza non è una virtù ...), frutto evidente di un confronto serrato e profondo con testimoni in carne ed ossa portatori di istanze di vita reale. Una riflessione sulla vita del prete postconciliare ricca di suggestioni, eppure un po' malinconica perché debitrice del misticismo anni '80 e '90, interpretazione frettolosa dal gusto postmoderno di classiche icone spirituali (la piccola via, la rinuncia all'io ...) che nell'impero contemporaneo dell'"Io penso" diventano gravide di frustrazioni e sensi di colpa. Il prete non è onnipotente, deve "fare" serenamente e prontamente quello che può. Qui di seguito il cap. 36.

E io? Io che non sapevo ancora nonostante credessi di saper­lo, che siamo "servi inutili"? chi, come me, non ha acquisita que­sta abitudine mentale; perché tali in realtà siamo: servi inutili e corrotti ...

Lo schiaffo più doloroso che avevo sentito quel mattino in cui il vescovo ci chiamò e io ero andato al colloquio soddisfatto, non era tanto per il fallimento dell' azione in sé, bensì per il fallimento della mia azione: per la umiliazione che mi giungeva a vedermi igno­rato e mortificato dall'uno e dagli altri.

"Tu non sentirti in obbligo di restare, Enrico" mi disse Silvio al suo progetto di rimanere al Fosso.

"lo ti seguirò, ti seguirò dovunque" gli risposi enfaticamente senza neppure rendermi conto di quel che dicevo perché in fondo dissentivo da lui.

Ma, complessivamente, ero divenuto veramente un vaso vuoto. Mi ero cacciato anch'io quel giorno nel corteo, dietro a tutti, col mio abito borghese slargato che da troppo tempo indossavo. Non so che pensarono i compagni di quella mia presenza abulica e muta. Alcuni, i più intimi, l'attribuirono soprattutto alla mia rivol­ta per Claudia. Ma era un fallimento ben più totale: il fondo del mio stesso essere cristiano, oltre che prete, rischiava di franare.

"Servo inutile": era questo il cartello che io avrei dovuto portare. Cercavo, sì, di acquistare nell'intimo questa abitudine mentale da quell' opposto che ero stato fin allora: così sentivo di salvarmi dalla disperazione confidando nello spirito di figliolanza al Padre che tutto vede e perdona; solo questo forse mi tratteneva.

E anche per questo mi buttavo in quel servizio a Claudia che ho detto, e ora in questa umile sequela di quei miei fratelli anche se erranti. .. Avrei seguito anche il vescovo, se me ne avesse data l'oc­casione. In tutto procedevo a tentoni. Debbo soffermarmi ancora su questa mia frana morale. Più che scegliere mi sentivo e volevo ormai essere scelto ... Così come mi sento ancor oggi, nonostante una mia ripresa dalla depressione: un poveraccio ... Per Claudia mi ero attaccato alla speranza in quella pratica dei "Quindici Sabati alla Vergine" che pure dette frutto. Per il resto sentivo che di lì a poco tempo la folgore del vescovo avrebbe colpito anche me, e più di Silvio, con la sospensione a divinis; ma non facevo più nulla per difendermene. Ero tornato a riunirmi con altri confratelli d'Italia; c'era stata una riunione a Pavia ...

Ma tutto ciò era come l'impulso residuo di una corsa che non I mi portava più ambizioni intellettuali, quasi un' ansia missionaria come nei primi tempi al Fosso; era stata sconfitta anch'essa da \ trame di male di cui neppure mi riusciva di capire il tessuto: subi­vo con rassegnazione che mi faceva chiedere a Dio di salvarci tutti Lui da questo abisso nel quale ormai si cadeva; io, Silvio, il vesco­vo, Claudia, Pisano. Dov' era andata la sicurezza, lo spirito di aggres­sività intellettuale, la forza, per non parlare di gioia? E dove la fede, sorda e ribelle pure se commista ancora di ambizione - ambizione di fare il bene - che mi faceva buttare in quel tentativo di ricom­posizione al Fosso?

Credo di aver visto per la prima volta nella mia vita il baratro davanti a me. Fin allora il mondo crollava addosso agli altri: io anda­vo diritto per la mia strada, che mi avrebbe condotto dove la mia natura e i miei progetti mi spingevano a prescindere da quel che sarebbe accaduto attorno. Sono uno di quelli che seguono in tutto il proprio io, sia quando parlano, sia quando agiscono. Questo filo. era stato improvvisamente rotto dalla crisi di Claudia, dal decreto di remozione di Silvio, dal mio fallimento totale. Come tentar di proseguire? Non osavo neanche rivolgermi più ad Adalberto, imma­ginando oltretutto le sue difficoltà. E dunque accettare il no che le cose mi davano: sia con Claudia, sia con Silvio e la comunità: "fin­ché Tu non mi mostri, Signore, il contrario ... ".

E così camminavo a capo basso, col mio cartello appeso al petto: "Servo inutile".

Mi trasse momentaneamente da quella condizione di inerzia che solo nella preghiera ora mi alleviava, il "fatto nuovo" di una lettera autografa del Papa a Silvio. Dico "mi trasse" perché, a parte il fatto in sé, fu facile vedere in questo inusitato gesto l'intervento già a me promesso da padre Adalberto nella mia visita a lui.

"Mi chiede di riconciliarmi col vescovo in vista del Natale" esclamò dopo averla letta in silenzio, e non disse altro, né a me né agli altri, sul contenuto. Solo più tardi in camera - eravamo anco­ra nella nostra vecchia stanza - mi aggiunse:

"Ci deve essere stato qualche grosso frainteso perché noi non abbiamo mai pensato di fare certe cose ... Bisogna andare a parla­re col Papa ... " aggiunse deciso. "Bisogna farci ricevere!".

E sentendo parlare di frainteso, il sospetto di un Giuda che avesse ancor più confuso le carte e accresciuto i sospetti, mi ripre­se. Ma non volli chiedere di più a Silvio, che, dopo, agli altri, disse:

"Domani o dopodomani andiamo a Roma. Tu, Enrico, potre­sti fare una telefonata ad Adalberto?".

Risposi di sì. E feci la telefonata. Purtroppo Adalberto era fuori Roma. Sarebbe stato necessario più tempo. Ma i laici della comu­nità che ormai avevano preso la guida - e lo stesso Silvio ne era a volte soverchiato - non vollero aspettare. L’indomani mattina andammo a Roma. Fu un altro errore precipitarci (Servo inutile, cap. XXXVI, pagg. 142-144).

Un libro molto interessante quello di Marco Missiroli (Il senso dell'elefante, Guanda editore, 11 Euro). Il protagonista è un prete che di punto in bianco abbandona il ministero a Rimini per svolgere il lavoro di custode presso un palazzo di Milano. Vi è stato chiamato da una donna che gli ha espresso un'ultima volontà prima di morire, quella che il prete si prenda cura di suo figlio, concepito dai due nel corso di una fugace relazione mentre la donna, allora ragazzina, era in vacanza sulla riviera romagnola. Un libro interessante, quasi sintomatico di una società che non riesce più ad orientare gli individui nella cura degli affetti, a tal punto che questi ultimi diventano un mostro onnipotente al quale si deve sacrificare ogni realtà della vita a partire dall'etica. Gli affetti non hanno giustizia, accadono e basta, per questo il protagonista nel finale più che un elefante volto alla difesa della sua creatura diventa un pachiderma nichilista incapace di evitare nella sua caduta alcune persone a lui vicine così da annientare sé stesso e loro. In nome dell'amore! Qua e là il tentativo di riproporre i sacramenti in chiave postmoderna. Qui di seguito il capitolo 20, da esso emergono alcune tematiche affrontate dal romanzo, il rapporto padre/figlio, il tema della sofferenza e dell'eutanasia.

Pietro uscì dal palazzo dei melograni e cercò il suo plata­no, l'impotenza per la sorte dei figli lega ogni padre, ap­poggiò la schiena al tronco. Li distingue la devozione. Si guardò le mani intorno alla melagrana, lui la devozione non l'aveva mai avuta per nessuno. Si aggrappò al frutto, era duro e non pesava, lo scalfì con un'unghia. Continuò a scalfirlo per tutto il tragitto di ritorno e quando arrivò a casa lo lasciò sul comodino. Tolse il registratore dalla tasca e lo accese, mi chiamo Andrea Testi, ho trentaquat­tro anni e so fare i dribbling, lo spense e compose il nu­mero dei Martini sul telefono del gabbiotto. Non rispose nessuno. Chiamò ancora, suonò a vuoto. Prese le chiavi e uscì nell'atrio con uno straccio inzuppato.

L'unico rumore era il traffico dalla strada, imboccò le scale e salì al secondo piano. Dall'appartamento dell'av­vocato veniva il mormorio della televisione. Si spostò al­la porta dei Martini, premette il campanello e aspettò. Buttò lo straccio a terra. Suonò ancora, aspettò meno.

Aprì.

La casa era in ordine. L'attaccapanni a forma di albe­ro reggeva un impermeabile, sul parquet mancavano i li­bri, le bambole erano scomparse dalla chaise longue. At­traversò la sala e sbirciò in cucina, la tavola era apparec­chiata con una scatola di cereali, due tazze e la bottiglia di latte mezza piena. Chiuse bene il tappo e la mise nel frigorifero, sullo sportello accarezzò 1'ecografia di Sara. Si spostò nello studio del dottore. Aprì il cassetto delle fotografie, per Anita rubò quella con la donna e il neona­to. La nascose nel taschino della camicia e fece per torna­re indietro. Invece rimase fermo, poi tirò il cassetto che conteneva 1'agenda. La trovò anche quella volta e la sfo­gliò. Luca aveva scritto altri appunti sparsi. E nella data del giorno: Mamma dammi la forza anche questa sera.

Rilesse e mise via. Provò con il cassetto mancante ma era ancora chiuso. Cercò la borsa di pelle. La scrivania era invasa di fogli, il computer affiorava assieme a un fer­macarte e a un piatto con un torsolo di mela e un coltel­lo. Cercò sul divanetto e sotto la finestra dello studio, in salotto e di nuovo in cucina. In camera da letto le coper­te erano appallottolate, i guanti a pois pendevano da una sedia come brandelli e la camicia rossa da una gruccia appesa alla maniglia dell'armadio. Pietro allacciò il bot­tone del collo, ti sta a pennello, e si guardò intorno. La borsa di pelle non c'era. TI portadocumenti sì. Accanto al comodino. Lo afferrò e fece scorrere la cerniera, le due chiavi erano schiacciate tra un pacchetto di caramelle senza zucchero e il ricettario. Si diresse di nuovo nello studiolo.

La prima funzionò. Il cassetto mancante rullò e Pietro vide che conteneva un mazzetto di cinque fiale di un li­quido trasparente. Sulla boccetta lesse il nome di un me­dicinale. In fondo trovò un laccio emostatico, uno steto­scopio, delle garze, un pacchetto di siringhe. C'era dell'altro. Dei biglietti tenuti insieme da una graffetta. Ne aprì uno, All’amore della mia vita che se non era per me era ancora alla finestra. Viola. C'era una data di quattro anni prima. Ne aprì un altro, Ti adoro quando dici che vuoi un figlio da me, intanto fatti amare. Viola. Questa data era ancora più vecchia. Rovistò ancora e notò una busta, in carta di riso, identica alla sua. Non c'era nessun francobollo. Aveva gli angoli nuovi e l'apertura strappa­ta. La rigirò nelle mani, Figlio mio era scritto in obliquo. Aprì, non lesse subito, fissava la calligrafia.

 

Luca, troverai il biglietto quando io non ci sarò più. Sto per morire e se non ho paura lo devo a te. Ti ho chie­sto di aiutarmi, è stata la cosa più difficile, mi hai det­to di sì per amore. Adesso sono pronta. Chissà se Dio è bello come ce lo fanno vedere, per me la barba non ce l' ha e i capelli bianchi li ha persi da un pezzo. Sarà così buono? Sperem. Abbi pazienza, sono rimasta una ragazza curiosa. Quando lo deciderai io andrò, ma sarò sempre con te. Sii felice, ti prego.

La mamma

 La chiuse. Faticò a rimetterla a posto, quando la sistemò nel fondo del cassetto tastò qualcos'altro, capì cos'era e sentì di nuovo freddo. Era un Cristo levigato senza la co­rona di spine. Lo afferrò, la punta della croce gli incise la pelle (cap. 20, pagg. 105-107).

Riportiamo in questo articolo il racconto di Mario Soldati "L'amico gesuita" che dà il nome ad una raccolta di brevi narrazioni (M. Soldati, L'amico Gesuita, Sellerio, Palermo 2008) pubblicata per la prima volta negli anni quaranta del '900. Soldati dimostra di possedere uno sguardo sulla realtà religiosa, e clericale in particolare, non comune; non si limita ad una critica, tra l'altro mai superficiale, ma quasi sembra superarla per tentare di trovare elementi positivi di un mondo ed una cultura alla quale apparteneva, ovvero per tentare di tornare a credere.

L'amico gesuita

Mentre chino posavo a terra la latta di petrolio e la scatola delle pianelle, mi sfiorò una sottana spessa e fru­sciante: rialzandomi guardai e sùbito, con un tuffo al cuore, sentii che erano dei loro. Erano tre: volgendo­mi la schiena si allontanavano sotto la tettoia, passeg­giando in attesa del treno. Fuori, oltre le rotaie, la cam­pagna coperta di neve; e il cielo grigio, prossimo al cre­puscolo. Non dico di aver capito, a qualche segno vi­sibile, che erano dei loro. L'ho sentito, e non so spie­gare come. Certo, sapevo che una stazione più su, a Goz­zano, c'era una loro casa, il noviziato della provincia sardo-piemontese: e anni prima c'ero stato, ci avevo dor­mito, e mi ero accostato alla Santa Eucarestia nella cap­pella dei novizi. Ma di preti, in viaggio, ce n'è sempre tanti, specialmente sotto le feste (era la vigilia dell'E­pifania). E nulla, sappiano i profani, permette di di­stinguere il gesuita dal prete secolare, se non il bave­ro, che il prete ha per solito di velluto, e il gesuita del­lo stesso panno del soprabito. Ma io non badai ai ba­veri. Sentii che erano gesuiti perché un istinto mi ave­va avvertito: o forse perché, senza saperlo, avevo già notato la nuca bionda e delicata, il collo alto e magro di uno dei tre. Guardando ora quella nuca, quel collo, riconobbi, così di spalle e di lontano, un mio antico com­pagno di scuola che, sapevo, si era fatto gesuita. Quan­to tempo avevo guardato quella stessa nuca, seguendo lui nella fila per i corridoi del collegio, o all' altare, ser­vendo Messa, che eravamo già vestiti da chierici! Lo riconobbi; e irresistibilmente, non curando una voce se­greta che mi consigliava di star quieto e far finta di nien­te, gridai: «Enrico! Enrico! ».

Si voltò, girando rapido sui talloni con un bello svo­lazzo della veste, tal e quale un Padre vero, un Padre prefetto che si voltasse improvviso per sorprendere un lazzo che gli facevamo alle spalle. Ed era diventato an­che lui un Padre! ma negli occhi ecco la stessa luce az­zurra, nel viso chiaro lo stesso sorriso, e la stessa voce bianca:

«Oh! Soldati! Mario! Carissimo! Guarda guarda ... ». Stringendoci la mano, ci guardammo fissi negli oc­chi. Lui sorrideva tutto, ma con la letizia contenuta e tranquilla del vero sacerdote; e io pensai subito che non era mutato, perché fin d'allora era così, fin da pic­colo era già sacerdote, e anzi Padre della Compagnia di Gesù.

«lo sto qui vicino, sono qui in campagna sul lago» gli dissi. «Tu vai a Gozzano, nevvero ?». Gli davo del tu con disagio: a tutti i Padri e preti, ero abituato a dar del lei.

«Sì, vado a Gozzano per un breve riposo, tre o quat­tro giorni. Sono prefetto, tornerò a Torino per la ria­pertura delle scuole».«Non sei cambiato» feci, continuando a fissarlo. E infatti la sua espressione era precisa identica quella d'un tempo: dolce e sorridente e quasi femminea. Non co­sì il fisico. Nell'ovale allungato del viso le guance, un tempo rosee, piene, adesso era n bianche, smunte. Gli occhi, azzurri chiari, eran cerchiati, come pesti. Il na­so diritto e sottile appariva cereo. La pelle, soprattut­to, era cambiata: aveva qualcosa di vecchio, di vizzo.

«E me, come mi trovi?» gli domandai, continuando ad osservarlo.

Mi guardò, e sorrise con quella furba tristezza a me ben nota, la furba tristezza così cara ai miei cari Pa­dri:

«Eh ... anche tu non sei cambiato, in fondo, ma ... in fondo in fondo! Perché sei molto magro, sai, troppo ma­gro sai, non stai bene forse ?».

«Ma sì (Cristo! mi morsi le labbra per non bestem­miare), sto benissimo! Magro, sono sempre stato. E poi, gli anni passano, si capisce. Ma intanto, vedi che mi hai riconosciuto subito! ».

«Ti ho riconosciuto dalla voce».

«E io di dietro, dalla nuca bionda». Sorrise, crollando il capo:

«Sei sempre lo stesso eh?».

«E quelli?» feci accennando ai suoi due compagni.

Erano due giovani, due tipi plebei, bruni, rubicondi, tarchiati. Si erano fermati a una certa distanza: spor­gendo gli occhi dietro i grossi occhiali, mi guardavano rispettosi, e indecisi tra il sorriso e il riserbo: perché, certo, qualcosa del mio aspetto o del mio discorso li avvertiva che io, benché vecchio amico del Padre, non ero più dalla loro.

«Sono due filosofi che vanno a finire filosofia a Gozzano. Erano, anche loro, prefetti a Torino».

Noviziato, filosofia, teologia e, frammezzo, anni di prefettura: mi tornò a mente il lungo tirocinio in uso pres­so i Padri della Compagnia.

«E tu» mi venne improvvisamente di chiedergli, «tu quando prendi Messa ?».

«Ma come? non lo sai? L 'ho presa! L 'ho già presa! » fece sorridendo beato, le braccia conserte e le mani in­filate ciascuna nella manica opposta, e alzandosi or sulle punte dei piedi e or sui tacchi, e dondolandosi co­sì, avanti e indietro: mimica tutta speciale del gesuita contento: perché dev'essere una contentezza esempla­re, dimostrativa, didattica. «L'ho presa lo scorso luglio! Per Sant'Ignazio! A Chieri! ».

Ogni parola era un' esclamazione, insieme di trionfo e rimprovero. Lo scorso luglio! Per Sant'Ignazio! A Chieri! Come se mi dicesse: Hai capito? hai capito do­ve sono arrivato io! E anche tu, se perseveravi nel tuo buon proposito di imitarmi ed entrare in Compagnia, anche tu ci saresti arrivato! Anche tu proveresti ora questa pace, e queste gioie! E invece, ti sei buttato nelle braccia del demonio, hai perso la tua bella in­nocenza, e sei magro, malato, tormentato: si vede be­nissimo, non negarlo! non negarlo! Ecco, come ti ha ridotto il peccato!

Sapevo che lui, per il tramite dei miei devotissimi pa­renti, nulla ignorava della mia vita e delle mie idee. E se non me ne chiedeva né rimproverava apertamente, era soltanto per politica. Politica gesuitica, ma che or­mai è seguita da ogni specie di preti e frati. Prima di tutto, non perdere contatto col peccatore; non irritar­lo; cercare di restargli amico a qualunque costo. Per­ciò, non parlargli mai per primo delle sue faccende spi­rituali; e tuttavia, abilmente, con un gesto forse, con un sorriso, suggerirgli come vera pace sia soltanto nel Cristo e nell'ubbidienza al Capo della Chiesa: verrà gior­no che, spiritualmente tormentato, o avvilito da tristezze economiche o, meglio ancora, prostrato da una grave malattia del corpo, egli si ricorderà della gentilezza uma­na che avete mostrato verso di lui, e non vi temerà, e anzi vi cercherà e vi aprirà spontaneamente tutta la sua anima perché la saniate.

Ottima politica davvero; ma bisogna che il peccatore non ne sia edotto. lo la leggevo, chiarissima, sotto il dolce sorriso del mio caro Enrico. lo la sentivo, pre­cisa e fiduciosa, in quello stesso dondolio or sui tac­chi or sulle punte: altalena paziente, sicura, ritmata a una musica muta: sì, sì; fai, fai; vai, vai; goditi la vi­ta, come dici; povero illuso; vedrai, vedrai; tornerai, tornerai.

«Treno!» gridò qualcuno.

Lontano, sul cielo grigio e freddo del precoce cre­puscolo, in fondo alla campagna coperta di neve, era spuntato un fumo nero.

«Facciamo il viaggio assieme» dissi ad Enrico, «an­ch'io stasera vengo a Gozzano».

Raccolsi la mia latta di petrolio e la scatola delle pianelle. Lui, intanto, aveva preso la sua valigetta nera. I due "filosofi" gli si erano avvicinati di qualche passo.

Salimmo nello stesso scompartimento, in terza, e se­demmo uno di faccia all'altro. I due filosofi s'accomo­darono qualche sedile più in là, osservando la solita di­screzione. Il Padre può far del bene a quell'anima, è meglio che non disturbiamo: così dovevano pensare.

Il viaggio era brevissimo: quattro o cinque minuti.

Tuttavia, bastò a ricreare fra noi una certa intimità. Par­lammo dei comuni compagni di scuola, e che cosa era successo, quale vita conduceva ora ciascuno di loro. Più volentieri, il Padre si fermava su due casi: quelli che avevano o avrebbero preso gli ordini, e quelli che era­no morti. E s'indovina con quali sfumature egli parlasse degli uni e degli altri. Quando diceva: «Il tale è fran­cescano» c'era, nella sua voce, come un clangore che annunziava: Salvus est! Quando diceva: «E il povero ta­laltro, non lo sai, è mancato due anni fa, un incidente d'auto, sulla strada di Casale» c'era, nel suo stesso re­spiro, un sussurro: Esto paratus!

Ma anche questo giuoco pertinace o, se volete, que­sta fede instancabile, per cui egli cercava di sfruttare al massimo i cinque minuti di treno, che aveva a sua disposizione, per farmi del bene, anche questo vigile ardore apostolico, che forse stupisce i profani, era da me conosciuto e previsto. Preferii dunque trascurare ogni timore di esagerata simpatia o sentimento, e but­tai il discorso addirittura sui Padri. Che faceva Padre Testore? e Padre Zabelli? E Padre Filippi era sempre Censore? E Padre Goria si occupava ancora della Con­gregazione Mariana?

Padre Zabelli era Padre Spirituale. Padre Testare era a Cagliari. Padre Filippi non era più Censore, ma Ret­tore. Padre Goria aveva lasciato i bambini e, prendendo il posto di Padre Oldrà, ormai troppo vecchio, si era dato alla predicazione pubblica in Torino: «Un suc­cessane, un vero successone! La chiesa piena così, si­gnore e signori, uomini molti uomini. Eh, piace, pia­ce! Parla bene, dovresti andarlo a sentire, se ti trovi per caso a Torino una domenica mattina».

«E tu» gli domandai a bruciapelo, «in che cosa ti spe­cializzerai ?». Usai questa parola tecnica e laica appo­sta per vedere se mi riesciva di irritarlo. «Predicatore? Missionario? Censore ?».

Arrossì come una fanciulla, sorrise e abbassò la voce: «Mah! Padre Spirituale ... almeno pare. Perché, co­me sai, noi siamo a disposizione dei superiori: andia­mo dove ci comandano e facciamo quello che ci co­mandano. Potrei anche finire professore di matemati­ca o prefetto degli studi. A me insegnare non piace, lo confesso. Ma potrebbe darsi, che proprio vincere il mio gusto mi facesse bene. E poi, questi gusti sono secon­dari per noi. Quello che conta è altro. Se tu sapessi, caro Mario, se tu sapessi le soddisfazioni della Santa Messa! le soddisfazioni intime, le dolcezze contem­plative del cuore! ».

Ora lo osservavo bene, da vicino, alla luce azzurra riflessa dai nevosi campi sfuggenti e diffusa per il fi­nestrino incrostato di ghiaccioli: com' era pallido ed esile e debole! Le mani: mentre parlava, osservai a lungo le sue mani: gracili, gialline, con la pelle fra le dita qua­si raggrinzita e i polpastrelli esangui e aridi. Povere ma­nine, sbucavano dalle larghe maniche nere come se fossero ancora quelle che avevano infilato la prima ve­ste, manine dello studioso liceale e del novizio quin­dicenne! Il liscio e fresco tatto del bicchiere colmo di vino, e lo scorrere delle dita tra i fini lunghi capelli, e il conforto di un corpo di donna accarezzato e stret­to ... oh quanto, ignorate! Ma ecco, continuando a guardarle, le secche manine ignare, l'ammirazion.e a un tratto e l'invidia si sostituirono alla pietà. Erano il simbolo di qualche cosa di grande ed eroico, quelle ma­ni. Dicevano il sacrificio di tutta una vita a un'idea. Erano un atto di fede e di coraggio. Uno scrittore, un artista, non deve forse, per la conquista dei propri fantasmi, sacrificare la vita tal e quale il sacerdote, e rassegnarsi ad avere mani aride come le sue?

Chissà? Mi sentivo scivolare ai vecchi amori, al vec­chio grande amore ...

Ma dissi di no. Mi ribellai.

E mi ripetei, come una giaculatoria, una formuletta filosofica: la vita, certo, è l'unico tempo che abbiamo per costruire qualcosa di eterno, ma anche per godere e pati­re qualcosa di eterno, ecc ... Quale presunzione!

Comunque, mi ribellai. E per un momento immagi­nai un'impresa folle, un'impresa che avrebbe richiesto da me enorme spreco di tempo ed energia ed astuzia: catechizzare io Enrico, convertire io lui alla vera vita. A quella che io credevo vera vita. E come lui aveva accennato alle soddisfazioni della Messa, così volli io di­re a lui qualcosa della mia vita, presentargli anch'io qual­che esca. Poiché il treno rallentava e già si vedevano le case di Gozzano, dissi:

«Scendo anch'io a Gozzano, perché stasera mi de­vo trovare con alcuni amici operai, qui della fabbrica: mangeremo la lepre, faremo una bella bevuta e cante­remo chissà fino a che ora».

Naturalmente, non parve commosso da invidia per queste mie soddisfazioni terrene. Aveva sorriso leg­germente, come per pura cortesia, e intanto s'era alzato, aveva preso la valigia e s'apprestava ad aprire lo spor­tello. Anch'io m'ero alzato, e avevo preso la mia latta di petrolio e la scatola delle pianelle. Continuando l'ef­fimero piano di tentazioni, ebbi un'idea:

«Ma prima della cena» dissi mentre stavamo per scen­dere, «devo andare a trovare una ragazzina» lo aiutai a scendere, prendendogli la valigia: ricominciava a nevicare, a rari fiocchi lenti, «una ragazzina di qui, sedici anni, mol­to carina» andavamo tra la piccola folla al cancelletto d'u­scita: parlavo un po' nervosamente, per dovere di apo­stolo, e non avevo coraggio di spiare sul suo volto l'ef­fetto delle mie parole, «e siccome le avevo promesso di farle un regalo per la Befana, che è stanotte, così le ho comprato un paio di pianelle scendiletto, di raso rosa, con le piume di struzzo ... » e mostravo la scatola.

«Tu vai di qua, eh? da che parte vai?» mi interrup­pe così, con la sua voce bianca e tranquilla, come se non avesse udito nemmeno una delle mie parole, che dice­vano della Mariuccia e delle pianelle. A quella voce (non avevo il coraggio di guardarlo in viso) a quella voce uff! provai improvvisa una gran vo­glia di piantarlo, e di andarmene per la neve, e di gu­starmi libero e peccatore, e raggiungere la ragazzina e darle le pianelle e un bacio e forse più e poi la lepre e il vino e i canti, e basta di nuovo e per sempre con i gesuiti.

«Addio allora». Gli strinsi la mano. Dietro di lui, nel­la neve che a poco a poco infittiva, attendevano a ri­spettosa distanza i due neri filosofi. «Addio! Vienimi a trovare. lo sto a Corconio, sul lago» e subito, mi sa­rei preso a pugni: perché gli avevo dato il mio indiriz­zo? perché l'avevo invitato a venirmi a trovare? Fu un moto inconscio di vergogna, per farmi perdonare in qual­che modo l'inutile e ineducata confidenza della ragaz­zina e delle pianelle? Sapeva che non ero celibe, e non c'era dunque niente che togliesse il veleno alla mia pic­cola avventura galante. E tuttavia, perché vergognar­me ne ? Che cosa me ne importava ormai, dei miei Pa­dri? Fu un moto inconscio. Crediamo di essere uomi­ni liberi e l'antico diavolo - l'antico angelo, direbbe En­rico - ancora vive in noi.

«Eh ... non so se potrò» rispose Enrico sorridendo, «mi fermo così poco. Addio. Molto piacere di averti rivisto! ».

«Anch'io ho avuto molto piacere. Addio». Salutai col gesto i due filosofi, i quali mi risposero togliendosi il cappello di scatto, con gesto simultaneo. Ed ecco i tre, neri nel viale bianco di neve e fiancheggiato dagli al­beri scheletriti, si allontanavano con passo rapido. La neve cadeva più fitta. Stringendo la latta di petrolio sot­to un braccio, e sotto l'altro la scatola delle pianelle, svicolai in una stradina di campagna, avviandomi alla casa di Mariuccia.

Alzai il viso verso il cielo grigio scuro, quasi violet­to; fra poco era notte. Un fiocco di neve mi cadde su un occhio. Avevo le mani impicciate coi due pacchi e non mi asciugai. Sentivo la neve che si scioglieva nel­l'orbita, e mi piaceva. Mariuccia non si aspetta un re­galo così bello. Che felicità!

Che felicità! Ma non si è apostoli di continuo. Or­mai non avevo più voglia di convertire Mariuccia. 

Un racconto inedito, scovato su internet, per avere informazioni scrivi all'indirizzo e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L’esempio.

Alla fine c’era riuscito… determinazione, costanza e preghiera, ore di preghiera nella sua bella chiesa, almeno un paio al giorno. Lui sapeva come doveva essere prete. I frutti non mancavano, il Vescovo gli aveva chiesto di dettargli una bozza  di lavoro per il sinodo diocesano, e lui con una lucidità evangelica aveva composto un trattato pastorale che sapeva di lacrime e conversione. Gli elogi si sprecavano e giungevano anche oltre i confini diocesani a definire il modello Buon Pastore, dal nome della sua Parrocchia, come il paradigma della Parrocchia aperta al futuro, ma ancorata alla tradizione. Beh forse si penserà che avesse generato la classica parrocchia che funziona perché a buon mercato, quella dove un “sì” non lo si nega a nessuno, il suo vero miracolo era saper anche dire di no, era un vero padre, un padre autorevole, come quelli che non ci sono più e di cui sembra che non se ne senta nemmeno la mancanza.

La sua fama lo precedeva, a lui arrivavano molte persone in cerca di un consiglio spirituale o di aiuto materiale. A coloro che giungevano da un’altra parrocchia un tempo chiedeva di rivolgersi al proprio parroco, ma, per non udire critiche maldestre, quella obiezione non la presentava più. Al culmine del discepolato giunse anche la malattia, un tumoraccio che non gli avrebbe dato se non pochi mesi di vita, ma da lui, che di uomini e donne ne aveva accompagnati tanti fino a vedere i loro occhi illuminati dalla visione dello sguardo di Dio, anche la morte corporale era attesa. Giunse nella clinica della città per consumare le ultime terapie un venerdì mattina, il primo del mese, e chiese al suo devoto autista di accompagnarlo alla chiesa di fronte all’ospedale prima del ricovero. Un senso di angoscia lo assalì nel vedere quel grande tempio vuoto, disadorno e sporco, anche lo sgabuzzino della sua chiesa era più pulito, passò un anziano signore zoppo, la pelle del volto si appiccicava al teschio, con indosso un camicione nero, recarsi da un altare all’altro ribaltando sedie, provocando un frastuono assordante. Un’ora passò in contemplazione della Chiesa.

Riportiamo in questo articolo una parte del racconto "Fioretto", tratto dalla raccolta di Mario Soldati "L'amico gesuita" (M. Soldati, L'amico Gesuita, Sellerio, Palermo 2008) pubblicata per la prima volta negli anni quaranta del '900. Soldati dimostra di possedere uno sguardo sulla realtà religiosa, e clericale in particolare, non comune; non si limita ad una critica, tra l'altro mai superficiale, ma quasi sembra superarla per tentare di trovare elementi positivi di un mondo ed una cultura alla quale apparteneva, ovvero per tentare di tornare a credere.

Il fioretto

 

Alla loro adorata mammina Elisa Angiolina Maria.

La corona di gigli e di viole dondolava in fondo al­la cassa. Il carro sobbalzava sul selciato con un rumo­re sordo. Si udiva lo stropiccìo dei piedi, misto al borbottìo delle preghiere. Di lontano, or sì or no, giungeva 1'esile canto delle congregazioni femminili. A un tratto i preti riattaccarono vicinissimo, con una

strana foga:

 

Quoniam iniquitatem meam ego cognosco et peccatum meum contra me est semper.

 

Foà seguiva il carro a pochi passi e guardava la co­rona. Alla sua sinistra camminava Pavesi, alla sua de­stra Di Mongrando. L'aria era gelida, ferma. Il sole, im­merso in una nebbia alta e bianca, illuminava senza scal­dare i vasti corsi diritti, gli alberi neri e scheletriti, le colline spoglie di là dal fiume. Era un tetro febbraio. Una grippe maligna circolava per la città e portava via chi non aveva resistito all'inverno con buoni polmoni e buoni termosifoni. La povera Vietti, a soli trent' anni, era morta così. «Ma è strano» disse Foà, ingenuo e deciso, ai suoi vicini; «le sue zie, che non le hanno mai dato un cen­tesimo quando era viva, ora hanno pagato questo fu­nerale: corone, preti, frati, monache, Rosine. Se ci pensavano prima, forse non moriva».

Di Mongrando esclamò:

«Quanto deve aver sofferto, sentendosi morire, e sa­pendo di lasciare al mondo sole le figliuole! ».

In quel momento attraversavano un gran viale. Faceva ancora più freddo. Foà chinò il capo come as­salito da un pensiero, e seguitò a camminare guardando per terra. Lontano, in testa al funerale, tra il rumore dei tranvai, le Rosine, con le loro vocette strazianti e popo­laresche, imitavano il tremolo degli organi all' elevazione:

 

Tibi soli peccavi et malum caram te feci

Ut justificeris in sermanibus tuis et vincas cum judicaris.

 

Pavesi, che procedeva dondolando vivacemente un bastone, riprese:

«Sapete di quei cugini, che Vietti aveva in Svizze­ra? Bene: ho sentito dire che avrebbero preso le due più piccole. La più grande lavora di già. Certo, è una brutta situazione».

Giunsero alla chiesa.

I preti si erano fermati: e ora si schieravano tutti at­torno, tra il carro e la piccola folla. Una mano al pet­to fra le pieghe della cotta, nell' altra il cero che goc­ciolava e puzzava, le bocche contorte, gli occhi stra­buzzati, si sgolavano:

 

Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum Et in peccatis concepit me mater mea.

 

Qualcuno aveva sulla cotta una mantellina nerover­de dal colletto di velluto spelato; altri, una sciarpa di lana attorcigliata intorno al collo, rosso dal freddo e tur­gido pel canto. Molti, mentre cantavano, roteavano gli occhi in giro, sulla folla; e alcuni portavano dei picco­li occhiali azzurri dietro cui era impossibile indovina­re la direzione degli sguardi. Quasi tutti avevano le guan­ce irsute: barbe di quattro o cinque giorni. I loro cor­pi erano bizzarri, contraffatti, diversissimi l'uno dal­l'altro. Chi, lungo e curvo, disfatto nella carne e nel co­lore, vecchissimo in ogni apparenza salvo i capelli or­ribilmente neri e compatti; chi enorme, calvo, ma con viso e occhi di fanciullo malinconico, e quasi affetto da una mostruosa elefantiasi; e chi, infine, piegava le lab­bra e spiava dall'ombra di grosse sopracciglia, con oc­chiate che parevano addirittura truci, delittuose. Foà prese per le braccia i due amici:

«Non posso sopportare questa roba. Andiamo via». Di Mongrando e Pavesi lo guardarono stupiti. Foà aveva rialzato il capo. Il suo volto era acceso. I suoi oc­chi stranamente brillanti. «Venite via» ripeté.

Era un uomo assolutamente incapace di perdere la cal­ma. Né Pavesi né Di Mongrando lo avevano mai visto arrabbiarsi. Che cosa era successo? Per andarsene, era­no d'accordo; ma almeno attendere l'entrata in chiesa.

Vedendo che esitavano, Foà strinse le loro braccia, e sussurrò: «Avevo rivisto Vietti. Due anni prima che morisse.

Si, ad Algeri. Bisogna che vi racconti».

Sotto gli sguardi scandalizzati della gente, i tre ami­ci abbandonarono il funerale.

L'alloggio di Foà era al quarto piano di un palazzo che faceva angolo, tra un viale e un Lungo Po. La stan­za, dove i tre amici avevano fatto colazione e ora se­devano fumando, aveva due grandi finestre sul Lungo Po. Il sole si era nascosto; ma un biancore diffuso nel cielo illuminava i larghi svolti verdastri del fiume, la schiuma della rapida, la pietra dei ponti e delle ripe, il groviglio argenteo dell'antico parco, le colline violette di bruma: e si rifletteva nella stanza piena di fumo co­me l'oceano nella cabina di una nave.

Foà non aveva più aperto bocca sull'argomento che lo aveva deciso, contro ogni usanza, a lasciare il fune­rale a metà. I due amici erano ansiosi di sapere; ma egli aveva dato loro quella notizia con così strano ritardo e con un turbamento così straordinario in lui, che non avevano osato rimetterlo per primi sulla via della con­fidenza. Appena fuori del funerale, si era parlato dei preti.

«Avete visto che facce?» aveva detto Foà. Pavesi si era voltato con aria di trionfo:

«Questa volta ammetterai che si tratta di refoule­ments! ».

«Niente affatto. Ci sono anche dei preti buoni, ed ebbero la stessa educazione. Soltanto il peccato ha fac­ce così orribili! ».

«Un momento, l'educazione dei seminari non è nor­male».

«E allora il peccato fu nei maestri di questi preti. disse Di Mongrando. «La colpa è scaricata sulla gene­razione precedente e così via, di generazione in gene­razione».

Pavesi rise: «Il peccato originale! ». «Peccato originale fino a un certo punto» ribatté Foà. «Che ci sia qualcosa di sbagliato a questo mondo, tut­ti lo ammettono. Ma credete pure: chi finisce male ha, quasi sempre, gran parte della colpa. Il peccato dei pre­ti è così disgustoso perché fu commesso direttamente contro il bene: occasionato, per così dire, dal bene stesso. Ciò che tu, Pavesi, porti come loro scusa: l'e­ducazione, è proprio la gravità del loro errore. Nei vol­ti dei preti cattivi trapela il gusto segreto di ribellarsi a quelle leggi morali in cui essi furono educati più for­temente dei laici. Ecco anche perché il vizio di un in­tellettuale ripugna e atterrisce molto più del vizio di un incolto».

Il discorso cambiò. (…)

Presentiamo un brano dal romanzo “Il primo respiro” di Pierfrancesco Gasparetto (2012, Aliberti editore). In un confessionale di un santuario di provincia, alla periferia della città capoluogo, viene trovato un neonato, da questo evento prende le mossa la trama. Sulla scena si alternano le due comunità religiose, maschile e femminile, che abitano il santuario, e molti altri personaggi. La vicenda si colloca in un’epoca indefinita, una società, all’apparenza contemporanea, solo sfiorata dal terremoto secolare che ha relegato il religioso ai margini del vivere civile. I preti e le suore del santuario sono i custodi delle vicende più intime della comunità umana a loro vicina e diventano inconsapevoli strumenti della Provvidenza. Segue un brano del romanzo, la descrizione di un membro della comunità religiosa che anima il santuario, Padre Serafino.

 

"Di tutt'altra pasta, padre Serafino. Dolce, mansue­to, sensibile. A volte, un po' inaffidabile. Era cappel­lano all'ospedale civile della città, un uomo sbagliato al posto sbagliato. Non che trascurasse gli ammalati. Ne aveva troppa cura. Tanto da ammalarsi a sua vol­ta. Si alternava da un capezzale all'altro, di giorno e più ancora di notte, a rimboccare coperte, sistemare cuscini, accarezzare fronti, non disdegnando servi­zi molto più terra umili. Sempre con il sorriso sulle labbra. E con le lacrime agli occhi. Perché si imme­desimava nelle loro sofferenze. Che ci fosse qualco­sa che non funzionava a dovere se ne erano accorti i medici a cui padre Serafino ormai quotidianamente si rivolgeva accusando sintomi, malanni e disturbi, i più svariati e i più impossibili, tutti associati - questo capirono presto i medici -a sintomi, malanni e distur­bi dell'infermo vegliato nella notte (applicando la lezione dell'enciclica Spe Salvi «Accettare l'altro che soffre significa assumere la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia»). Fra questi monti, si può dire guarito del tutto. Non della sua sensibilità, si ca­pisce, tanto più che, con scarsa psicologia, gli è stato affidato l'incarico di riorganizzare le gallerie degli ex voto (uno più commovente dell'altro)" (Pierfrancesco Gasparetto, Il primo respiro, Aliberti, 2012, pag. 16). 

Avvisi Settimanali

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Orari delle SS. Messe

 S. Messe Festive

Ore 8.00 - S.Pietro

Ore 9.00 - S. Martino

Ore 10.00 - S. Pietro

Ore 10.30 - Castello

Ore 11.15 . Buzzoletto

Ore 11.30 - S. Maria

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

S. Messe Festive del sabato

Ore18.00 - S. Pietro

Ore 18.30 - Castello (inv. ore 18.00)

 S. Messe Feriali 

Ore 7.00 - Cappella delle suore di S. Pietro

Ore 7.30 - S. Maria

Ore 9.00 - S. Rocco

Ore 18.00 - S. Pietro 

Ore 18.30 - Castello Tutti i giorni (inv. 18.00)

Ore 20.30 - San Rocco solo il primo giovedì del mese

Confessioni: venerdì dalle ore 9.15 alle 11.15 In Castello e sabato dalle ore 16.00 alle 17.30 a San Pietro.

Bisogni Caritas

I volontari della Caritas sono in sede (dietro la caserma dei Carabinieri di Viadana, ex-villaggio) tutti i sabati dalle 14.30 alle 17.30. Attualmente c'è necessità di generi alimentari a lunga conservazione: pasta, latte, olio, zucchero, farina bianca, legumi e conserve, biscotti.